In ricordo di Alessandro Plotti

E’ morto Alessandro Plotti, a 83 anni. Arcivescovo emerito di Pisa, già vicepresidente della Cei, amministratore apostolico della diocesi di Trapani, e una quantità di altri impegni. Tanti impegni che l’accurato articolo dell’Avvenire che lo ricordava ieri ha dimenticato l’assiduità dell’arcivescovo
E’ morto Alessandro Plotti, a 83 anni. Arcivescovo emerito di Pisa, già vicepresidente della Cei, amministratore apostolico della diocesi di Trapani, e una quantità di altri impegni. Tanti impegni che l’accurato articolo dell’Avvenire che lo ricordava ieri ha dimenticato l’assiduità dell’arcivescovo Plotti nel carcere (anche nelle fabbriche, che sono a metà strada fra la libertà e il carcere). Negli anni che ho trascorso lì dentro, monsignor Plotti non ha mai  mancato una festa importante, affiancandosi all’opera quotidiana di suor Cecilia e di don Roberto Filippini. Era un uomo grande e grosso, di un’autorevolezza cordiale. L’ho abbracciato, qualche volta, o ne sono stato abbracciato, scomparendogli addosso. Era nato esattamente dieci anni prima di me, ma ormai eravamo coetanei. Era dotto e fine, non era di speciale facondia, ma aveva un modo efficace di consigliare al suo prossimo che comportarsi bene convenisse di più e fosse molto più bello che comportarsi male.  Nemmeno io mancavo mai alle feste comandate, e ho raccontato più volte le messe che erano, anche per gente senza fede o di altre fedi, un’occasione di incontro umano preziosa: ci sono poche situazioni in cui "scambiarsi un segno di pace" abbia un così concreto valore -forse al consiglio di sicurezza dell’Onu, se ne fossero capaci, e fossero altrettanto disposti a capire che comportarsi bene è meglio che comportarsi malissimo. Plotti era, sia detto con ogni rispetto, un uomo decisamente "di sinistra", persuaso che la ricchezza abbinata alla prepotenza sia un gran guaio, come dice il vangelo. Mi è facile immaginare che debba aver seguito con gioia e fiducia le mosse di papa Francesco. Ci sono giorni in cui varrebbe la pena di  stare in galera, e parlare con gli altri di cose di cui vale la pena.

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