Per un uso legittimo della forza contro il califfo

Caro direttore, caro Giuliano, capisco che l’espressione “usare una violenza incomparabile contro l’Isis”, ripetuta ieri nell’intervista a G.R.Vitale, vale a sottolineare una realtà grottesca, in cui la forza soverchiante del cosiddetto occidente (e dei molto più cosiddetti alleati locali) subisce p

Caro direttore, caro Giuliano, capisco che l’espressione “usare una violenza incomparabile contro l’Isis”, ripetuta ieri nell’intervista a G.R.Vitale, vale a sottolineare una realtà grottesca, in cui la forza soverchiante del cosiddetto occidente (e dei molto più cosiddetti alleati locali) subisce pressoché impotente la ferocia di una banda armata internazionale. Mi ricordai della scena in cui il beduino roteava terribilmente scimitarra e occhi, e Indiana Jones stava a guardarlo, e poi lo faceva secco con un colpo di pistola. In Siria e poi in Iraq eravamo noi a roteare occhi e discorsi, e quelli ci facevano secchi, musulmani e no. Però la “violenza incomparabile” è un’idea sbagliata e pericolosa. Per un’azione, che auspico con tutta la convinzione, contro l’Isis, che si avvicini alla indispensabile e pazzescamente elusa polizia internazionale, c’è bisogno esattamente non di una “violenza incomparabile”, ma di una forza proporzionata alla violenza che si vuole reprimere: esattamente come per la polizia nazionale. I raid aerei e il superstizioso rifiuto di mettere i piedi al suolo sono del resto un uso spettacoloso e inefficace della forza “incomparabile”. Per chiarezza: non parlo di un confronto “cavalleresco”, in quella infame barbarie. La cavalleria è un buon ricordo e niente più. Parlo delle qualità di un uso legittimo della forza: proporzione fra la minaccia e la sua repressione; rispetto dei civili nel territorio nemico come dei propri; rispetto della legge, dove c’è, e comunque del diritto internazionale, il quale c’è, benché derelitto.

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