Fotografare Claudio Bisio

L’altra sera passavo dal centro di San Casciano quando da una trattoria è uscito Claudio Bisio. Gli ho chiesto un autografo, e intanto un gruppo di ragazzi già lo aveva circondato per chiedergli di farsi una fotografia.
L’altra sera passavo dal centro di San Casciano quando da una trattoria è uscito Claudio Bisio. Gli ho chiesto un autografo, e intanto un gruppo di ragazzi già lo aveva circondato per chiedergli di farsi una fotografia. Mi hanno dato il telefonino chiedendomi se gliela potevo fare, io ero tutto contento. Era bello quando in piazza San Marco una coppia di giapponesi ti chiedeva di fargli per favore una foto. C’erano pensionati che si attardavano in piazza San Marco o al Pantheon o alla Torre di Pisa – ancora meglio, alla Torre di Pisa, con la mano del giapponese che reggeva la torre – per la speranza di sentirsi chiedere di fare una fotografia con le macchine altrui, e sentirsi utili, specialmente quando le scuole sono chiuse e non ci sono nemmeno le strisce per strada da vigilare. Poi sono arrivate le bacchette da selfie (forse hanno un nome, io non lo so) ed è finita. Ho fatto le prime fotografie ai ragazzi (meglio farne tre o quattro, almeno una verrà bene) e si era già fatta una piccola fila: altri ragazzi, i cuochi del ristorante di fronte usciti coi grembiuli bianchi, il proprietario di una famosa enoteca, e certi turisti di Vicenza. Bisio dev’essere un tipo gentile, non dice di no. Ho fatto le fotografie a tutti, con qualche intoppo, perché erano tutti telefonini diversi. Intanto la fila si allungava: la sera di martedì d’agosto c’è un mucchio di gente a San Casciano. San Casciano Val di Pesa, intendo. Ormai si erano messi in coda anche dei turisti tedeschi, forse avevano riconosciuto Bisio anche loro, forse volevano solo imitare gli italiani e poi informarsi, non si sa mai. E’ durato un bel po’. Se un comune in crisi noleggiasse Bisio per una stagione con il programma: “Fatevi una fotografia con lui”, quadrerebbe i conti. A un certo punto si è scusato e se n’è andato. Poi, mentre prendevo il caffè a un tavolino, i ragazzi accanto raccontavano la serata ai ritardatari, e gli mostravano le foto. Uno mi ha indicato e ha detto: “Quello è il fotografo di Bisio”.

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