Urbanesimo anfibio

Il Monde qualche giorno fa pubblicava, senza collegarle, due notizie strepitose.
Il Monde qualche giorno fa pubblicava, senza collegarle, due notizie strepitose. Una riguardava l’assirologo britannico Irving Finkel, il quale nel 1985 era seduto nel suo ufficio al British Museum, quando ricevette la visita di un tale che aveva ereditato delle reliquie mesopotamiche, compresa una tavoletta d’argilla le cui prime righe recitano la nota storia mesopotamica del diluvio universale, in una grafia risalente al 1.800 a.C. Il visitatore rifiuta di lasciarlo proseguire nella lettura e nella decifrazione, e se ne va. Nel 2009 Finkel lo ritrova, per caso, e lo convince a prestargli la “tavoletta dell’Arca”, ora illustrata in un libro intitolato “L’Arca prima di Noé”. Nella tavoletta ci sono istruzioni dettagliate del dio Enki all’uomo Atra-hasis su come costruire l’arca, in particolare perché abbia una forma rotonda, come un grande canestro – e non squadrata, come in altre versioni, o oblunga, come nella versione biblica. I dettagli di questa vicenda antidiluviana sono affascinanti, e potete andarveli a leggere. L’altra notizia può giocare anche lei sul titolo, “Ventimila leghe sopra i mari”, perché riguarda la risposta degli architetti dei Paesi Bassi alla crescita di livello delle acque dovuta al famoso e inarrestabile (anche dagli scetticismi) riscaldamento climatico: trasferirsi in città galleggianti. Altrettante arche di Noé permanenti, che non debbano più aspettare che le acque si ritirino. Però così verrebbe a mancare il castigo di Dio, che si direbbe più meritato oggi qui che attorno all’antico Ararat. Di qui al 2050, secondo il Noé dell’urbanistica galleggiante, l’architetto Koen Olthuis, i tre quarti delle metropoli, situati sulle coste, saranno sommersi: dunque si colonizzerà il mare, che è immenso e disabitato. Tutto il mondo abitato è diventato un polder, quelle terre artificiali strappate al mare del nord. Ma quando le acque si alzano, anche i polder vanno sotto. Basta farli galleggiare, su cassoni di cemento lunghi 100 metri e assemblati, e ancorarli, o no, come si preferisce. Niente più terraferma, né dighe. Urbanesimo anfibio. Succederà davvero, ed è una gran bella idea. Uno sviluppo blu dell’ecologia verde. Due obiezioni, per il momento. Che gli entusiasti ritengono che le “grandi navi da crociera, autentici edifici abitati da migliaia di persone, sono già un modello”. E che i cinesi, i quali contendono ad altri cinque stati, fra cui Filippine e Vietnam, l’arcipelago delle Spratly nel Mar Cinese Meridionale, stanno facendo avanzare rapidamente la loro causa costruendoci in mezzo una quantità di altre isole. Fine dell’utopia: l’isola che non c’era.

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