François Maspero e la sua libreria al Quartiere Latino

Non sapevo più niente di François Maspero, se fosse vivo, se fosse morto. Era vivo, è morto. Ho per lui una forte gratitudine. La sua libreria al Quartiere Latino, La Joie de Lire, fu fra le prime e più sentite mete delle mie escursioni internazionali – non si viaggiava abbastanza, allora.
Non sapevo più niente di François Maspero, se fosse vivo, se fosse morto. Era vivo, è morto. Ho per lui una forte gratitudine. La sua libreria al Quartiere Latino, La Joie de Lire, fu fra le prime e più sentite mete delle mie escursioni internazionali – non si viaggiava abbastanza, allora. Per una volta, non devo rimpiangere di avergli rubato i libri: lo facevano tutti allora, e se ne vantavano. Contribuì a farla andare in malora. Lui, ricordando di aver rubato da ragazzino col suo amato fratello maggiore documenti d’identità da usare nella Resistenza – il fratello fu ammazzato dai nazisti quando aveva 19 anni – avrebbe poi detto parole dure contro quelli che rubano per futili motivi. Non credo che ne avesse mai denunciato nessuno, però. Ho imparato un mucchio di cose, negli anni in cui si imparano le cose, attraverso i suoi libri: soprattutto sull’Algeria, o sulla tortura, e Vidal-Naquet. Fallì, per così dire, prima da libraio, poi da editore; nel frattempo, per così dire, anche da uomo, e cercò di ammazzarsi, nel 1973. In realtà nella lunga vita ulteriore – fu anche lui di quelli che ricevono una vita supplementare – fece molte cose buone, viaggiò e scrisse per campare, nei posti difficili in cui si va quando non si ha voglia di vacanze, e campò per scrivere, con quella storia di famiglia che pretendeva di inghiottirlo. Suo nonno e suo padre erano stati delle autorità, l’uno egittologo, l’altro sinologo, con una formazione pressoché di autodidatti. Il fratello di suo padre era morto ventenne nel 1915. Quando morì suo fratello, padre e madre furono deportati, suo padre morì a Buchenwald, sua madre tornò da Ravensbrueck. Dicono che fosse scorbutico, Maspero. Con quei suoi morti, e con tutti i morti, era di un rispetto premuroso e umile. Aveva qualcosa di italiano, e suo nonno aveva fatto incidere sulla tomba le parole “Ma spero”. Ho cercato e letto tante cose su lui ieri, come si ha voglia di fare quando qualcuno muore, e non c’è più tempo di andarlo a trovare, o di incontrarlo in treno. Non sono moralista, non sui furti di libri negli anni ’50 e ’60, da Maspero o da Feltrinelli: ma sono contento di non avergliene rubato nemmeno uno.

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