La tortura e la Diaz

Qualche lettore della mia piccola posta di ieri sulla tortura e la caserma Diaz mi attribuisce la convinzione che a definire la tortura occorra il proposito del torturatore o della torturatrice di ottenere informazioni dal torturato o dalla torturata.
Qualche lettore della mia piccola posta di ieri sulla tortura e la caserma Diaz mi attribuisce la convinzione che a definire la tortura occorra il proposito del torturatore o della torturatrice di ottenere informazioni dal torturato o dalla torturata. Non lo penso affatto. Penso al contrario che in molte circostanze il fine di “far parlare” non sia che il pretesto al piacere della tortura. Ancora una volta, l’infamia di Bolzaneto offrì un’esemplificazione ideale. Ebbero per tre giorni e tre notti nelle proprie mani centinaia di persone inermi e sfogarono su loro la propria brutalità sessualmente eccitata e frustrata, spesso apertamente fascista, collettivamente esaltata e minuziosamente personalizzata, senza alcun interesse a “farle parlare”. Al repertorio esemplare di Bolzaneto mancò solo la voga dei selfie, quella che si era annunziata così brillantemente ad Abu Ghraib. La tortura si cerca delle ragioni, ma è intimamente fine a se stessa.

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