Gentiloni e il terrorismo

Gentiloni ieri, nel titolo del Corriere: “Pronti a fermare i terroristi anche con le armi”. Gentiloni ieri, nel titolo di Repubblica: “Contro il terrorismo opzione militare non è l’unica risposta”.
Gentiloni ieri, nel titolo del Corriere: “Pronti a fermare i terroristi anche con le armi”. Gentiloni ieri, nel titolo di Repubblica: “Contro il terrorismo opzione militare non è l’unica risposta”. I due titoli sembrano correggersi e sorreggersi a vicenda. Nessuno, che non sia pazzo da legare, può credere di “fermare i terroristi” senza far uso delle armi. Nessuno, che non sia altrettanto pazzo, può pensare che le armi siano “l’unica risposta” a qualcosa, compreso il terrorismo. Gentiloni è una persona seria, che cosa lo induce a barcamenarsi così? Il fatto di parlare in qualità di ministro degli Esteri, evidentemente. Provate infatti a mettere il primo titolo, “Pronti a fermare i terroristi anche con le armi” in bocca al ministro dell’Interno. Farebbe notizia? Naturalmente no: nessuno può dubitare che un attacco terrorista in una nostra città debba o possa essere fermato senza il ricorso alle armi. Dunque sono le armi “all’estero” a costituire il problema, cioé a far smettere alla gente l’uso della ragione. C’è però una possibile giustificazione, si dirà: all’estero nessuno ci costringe a intervenire, possiamo farci gli affari nostri e lasciare che se la sbrighino gli altri. Questa nozione dell’ “estero” cancella la dichiarazione dei diritti umani, e di questo i fautori del sacro egoismo nazionale o statale se ne fregano. Però l’estero ci arriva in casa in un gioco di birilli sempre più vorticoso. Lunedì sera da Lilli Gruber c’era una giovane signora fiorentina, Francesca Campana, per parlare del Festival delle religioni, di cui è promotrice. A un certo punto Gruber le chiede se si debba ricorrere all’uso delle armi per fermare il terrorismo, come sembra chiedere anche il Papa: Campana esita, è gentilmente imbarazzata, poi sceglie. Io organizzo il Festival delle religioni, tutto fondato sul dialogo, le armi no, non potete chiedermi di ammettere le armi. Io faccio a lei e a tutti noi l’augurio più sentito che il Festival delle religioni si svolga nel più pieno ordine pacifico. E immagino che siano prese misure appropriate a garantirlo, tanto più in tempi come questi, e con ospiti così autorevoli. Misure che prevedono o no uomini e donne armati? La Security e il dialogo dunque sono compatibili. Suggerirei alla signora Campana, la prossima volta, di rispondere: “Naturalmente sì, la pace e il dialogo vanno protetti e assicurati, a Firenze o nel college yemenita o sul monte Sinjar o nel campo di Yarmouk”. Una risposta come questa non danneggerebbe, e anzi favorirebbe il dialogo che la signora avrà con il Grande Imam della moschea di al-Azhar, Ahmed al-Tayeb. Che reagì senza riserve contro il rogo in gabbia del pilota giordano Muath al-Kasasbeh, proclamando che i sedicenti seguaci del Califfato sono nemici giurati di Allah e del suo profeta. E rivendicando per loro “la morte, la crocifissione e l’amputazione di mani e piedi”. Per finire, un paese che si intrattiene sulla domanda se sia o no ammissibile l’uso delle armi è innamorato della propria rovina. E destinato a non discutere mai quando, perché, dove e come usare le armi.

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