Strappare i giovani dal Califfato

Vorrei esporre qualche perplessità sul modo in cui ieri molti giornali hanno parlato di “almeno 3 mila”
Vorrei esporre qualche perplessità sul modo in cui ieri molti giornali hanno parlato di “almeno 3 mila” giovani tunisini andati ad arruolarsi nei ranghi dello Stato islamico. Come Raineri ha scritto qui, gli “almeno tremila” sono partiti alla volta della Siria e poi dell’Iraq negli ultimi tre anni. Tre anni fa non c’era il Califfato e non c’era l’Isis – o Isil. C’era però, già da un anno, la Siria. Che dei giovani arabi scegliessero di partire per andare a combattere in Siria non è affatto difficile da spiegarsi. Mi verrebbe  da dire che sarebbe difficile spiegarsi il contrario. Mi viene da dire che quegli stessi giovani tunisini, che sono così numerosi rispetto al resto della popolazione, possono essere stati attirati dal desiderio di affiancarsi ai ribelli siriani piuttosto che dal solito viaggio avventuroso alla volta di Lampedusa. E i tre anni sono anche l’intervallo fra le speranze della rivoluzione di  Bouazizi e dei gelsomini e il faticoso compromesso fra le forze politiche che ha portato al tentativo democratico tunisino, ma senza riuscire a coinvolgere la nuova generazione nei suoi programmi e nemmeno nella partecipazione elettorale. Al Qaida, e poi il Califfato, sono la rete a maglie strette stesa a raccogliere dei ragazzi che sentono la propria vita vuota di senso. Per darle un senso, o avere l’illusione di darglielo, le occasioni cambiano di volta in volta: darsi fuoco davanti a una prefettura per rifiutare un’ennesima angheria quotidiana; mettersi a repentaglio in un barcone; arruolarsi per una ribellione giusta e finire arruolati in una guerra santa e orrenda. Qualcuno, di quelli arrivati col barcone, finisce in una galera, quasi per inerzia, e in galera la sua vita è ancora più destituita e schiantata, finché un giorno, d’un tratto, decide di gridare forte all’aria: “Allahu Akbar!”, e allora diventa parte di qualcosa, e può permettersi di far paura e dunque esistere. Quando uscirà, il mondo è pieno di musei.  Arrivati a questo punto, bisognerebbe rifare il cammino a ritroso, pazientemente, come Pollicino, passo dietro passo, lungo i quattro anni dell’epidemia siriana coi suoi 215 mila morti ufficiali e i milioni di cacciati, e così via. E alla fine non rassegnarsi a dichiarare che ormai si è fatto troppo tardi, e avere il coraggio di scegliere, oltre a quello che è necessario per fermare chi si è tramutato in un ordigno micidiale, un modo di convivenza che permetta ai ragazzi e alle ragazze di riconoscere alla propria vita un senso vero e buono. E contare quanti di loro vanno a far la guardia ai musei, e quanti chiedono di arruolarsi  per legare le mani ai piazzisti delle decapitazioni.

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