Questa democrazia è la continuazione della guerra civile con altri mezzi

La legislazione utilizzata come strumento di selezione di vincitori e vinti. Il caso dei pubblici concorsi

Questa democrazia è la continuazione della guerra civile con altri mezzi.

In un recente pamphlet intitolato “Lo Stato di diritto - Come imporre regole al potere”, il costituzionalista Roberto Bin ha ricordato come esistano orami in tutti gli ordinamenti liberal democratici due circuiti paralleli di legittimazione delle decisioni pubbliche. Da un lato, quello classico delle assemblee rappresentative le quali, sorrette dal mandato della sovranità popolare, producono la legislazione che traduce l’indirizzo politico, dall’altro, quello della giurisdizione all’interno del quale campeggia la figura della Corte costituzionale in primo luogo, deputata ad assicurare che l’esercizio della potestà legislativa permanga all’interno della cornice e dei limiti disegnati nella Carta fondamentale e si iscriva nel pieno rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino.

 

All’ombra delle assemblee rappresentative si aggregano e trovano di solito riparo, tuttavia, gli interessi di gruppi organizzati di elettori che esercitano pressione politica sugli organi deliberanti al fine di strappare posizioni di vantaggio da consacrare per mezzo della legge, a tutto discapito, naturalmente, di altre porzioni del corpo elettorale e, sopratutto, della massa indifferenziata e numericamente prevalente di singoli individui.

 

E’ quello che avviene in virtù di un’interpretazione meramente formale della democrazia nella versione monca delle sue fondamenta liberali; un procedimento di mera assunzione delle decisioni pubbliche sulla base della volontà della maggioranza dei partecipanti alla deliberazione.

 

Una maggioranza assoluta di elettori, a volte persino relativa, domina una minoranza che soccombe regolarmente e che non possiede altri strumenti per sottrarsi alla decisione assunta se non quella di violare la legge deliberata o di sperare di diventare a sua volta maggioranza per sconfiggere un’altra e diversa minoranza.

 

E’ così, purtroppo, che ad esempio si prendono le decisione a livello nazionale e locale sulle modalità di distribuzione dei carichi fiscali, sulle modalità di ripartizione dei benefici della spesa pubblica e su qualsiasi altra formula di organizzazione della vita di milioni di cittadini. E’ così che si decide persino del riconoscimento e della tutela delle libertà civili e dei diritti individuali.

 

Una guerra civile proseguita con altri mezzi, in sostanza, alla quale si è dato il nome di democrazia, per il cui superamento il mondo occidentale ha inventato il costituzionalismo liberale, argine contro qualsiasi tipo di decisione pubblica che volesse violare i diritti individuali ritenuti indisponibili alla volontà generale in primo luogo e limite posto a garanzia del rispetto della neutralità ed imparzialità dello Stato in definitiva.

 

Perché la democrazia come metodo di assunzione delle decisioni pubbliche non si trasformi, tuttavia, in una perenne, devastante e strisciante guerra civile, non basta comunque un guardiano forte ed autorevole, com’è divenuta la Corte costituzionale all’interno degli ordinamenti liberal democratici, ma è necessario anche che la classe politica ed cittadini per primi cessino di degradare la figura dell’elettorale a membro guerrafondaio di clan traversali e quella delle assemblee legislative in devastati campi di battaglia dove da un lato si contano i vinti e dall’altro i vincitori.

 

Chissà se finalmente, ad esempio, l’assemblea regionale pugliese comprenderà (dopo la terza pronuncia della Corte costituzionale) che all’interno della pubblica amministrazione italiana i lavoratori possono essere assunti esclusivamente per pubblico concorso (come recita l’art. 97 della Costituzione) e non già in virtù di una legge che trasforma occasionali contratti a tempo determinato in stabili rapporti di lavoro a favore di pochi vincitori (della battaglia, non certo del concorso) a discapito di migliaia di giovani che chiedono solo di potere partecipare ad una selezione pubblica, trasparente ed imparziale e rimangono, invece, vittime inermi delle varie maggioranze al potere.

 

Chissà se anche la regione Sicilia comprenderà una buona volta (dopo numerosi tentativi) che non è affatto legittimo raccogliere la pressione politica di un gruppo organizzato di cittadini - elettori che chiede di violare il principio fondamentale dell’assunzione per pubblico concorso.

 

Non è dato sapere se la Corte costituzionale sarà costretta a ricordare ancora per decine di volte (come ha già fatto negli ultimi anni e nelle ultime settimane in ben due occasioni) che gruppi di cittadini organizzati (i precari della pubblica amministrazione assunti senza pubblico concorso) non hanno alcun diritto di chiedere alle assemblee regionali e di pretendere dalle stesse un trattamento di favore sancito per il tramite della legge che non esprimerebbe in questo caso, qualora mai esistesse, la volontà generale.

 

Chissà se i partiti politici e le assemblee legislative della Puglia, della Sicilia e di molte altre regioni italiane e lo Stato stesso, comprenderanno mai che il loro compito non è elargire favori a gruppi organizzati per alimentare una logica di scambio elettorale il cui unico obiettivo è il rafforzamento del potere politico di chi offre privilegi e di quello di chi li riceve sotto le ipocrite vesti della giustizia sociale.

 

Prima o poi dovremo smettere di combattere una guerra civile per cominciare a praticare finalmente la liberal democrazia. Quella vera.

Rocco Todero

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