Ma perché poi tutte le destre italiane si chiamano “Italia”?

Il centrodestra nazionale è quantomai disgregato, privo di leader e di programmi congruenti e appare piuttosto come una terra di semina o di conquista. O una serie di titoli

Ma perché poi tutte le destre italiane si chiamano “Italia”?

Un'immagine del palco della manifestazione organizzata sabato a Roma dai "sovranisti" (Foto LaPresse)

Milano. In attesa di scoprire se sia vero che “il destino dell’Italia passa soprattutto da chi in silenzio sta provando a cambiarla”, come scrive Renzi nei suoi post, l’Italia sempre a quel punto è, un’espressione geografica nella deriva del continente. Ma è curioso (significativo forse è troppo) che nel momento del ritorno delle patrie e dei confini la destra italiana si sgretoli, si riaggreghi e infine lieviti come una pizza in tumescenze di varia foggia che tutte del nome Italia si appropriano. Domenica scorsa a Roma s’è tenuta la manifestazione-crogiuolo delle destre intitolata “Italia sovrana” (sovranism is the new black, l’abbiamo capito), che potrebbe putacaso anche diventare il nome di un listone-ombrello elettorale, andasse a remengo il grande rassemblément. Un delirio di italie: Forza Italia, Fratelli d’Italia, la “Lega Italia” che Salvini per un po’ ha provato a cullare con ambizione nazionale, ma Bossi e il resto d’Italia non ci sentono. Persino Stefano Parisi ha battezzato il suo movimento Energie per l’Italia, seppure da quella vasta accozzaglia di destre variamente populiste o sovraniste si tenga lontano. Lontanissimo. 

 

Tutto questo lievitare, nel momento in cui il centrodestra nazionale è quantomai disgregato, privo di leader e di programmi congruenti e appare piuttosto come una terra di semina o di conquista. O una serie di titoli. “Italia sovrana”, appunto. Essere sovrani (sovranisti) in Italia oggi vuole dire: chiedere l’uscita dall’euro, chiedere lo stop all’immigrazione clandestina e per alcuni pure legale, chiedere tagli alle tasse, elezioni subito. Ma anche lotta alle droghe e ai matrimoni gay, all’eutanasia e al gender nelle scuole. E naturalmente cuori in alto per Trump e Putin, che formano ormai una diarchia, l’aquila a due teste del risorgente impero del bene. Insomma un po’ di tutto, e un po’ tutto il contrario di quel che vorrebbe Silvio Berlusconi, tuttora titolare della maggior ditta con il nome Italia nello stemma. E che non è vero che abbia detto “con Salvini e Meloni c’erano solo quattro gatti neri”. Anzi ha “il massimo rispetto per le iniziative dei partiti del centrodestra e per il popolo sceso in piazza a Roma. Il mio obiettivo rimane quello di una coalizione unita sui programmi e in grado di vincere le prossime elezioni”. Ma a parte il giù le tasse e Putin, quello di Roma non è il catalogo delle idee del Cav., nemmeno la data del voto. Eppure, Corte dei diritti europea permettendo, è l’unico che può fare da leader a tutto questo.

 

La situazione permane però confusa, serve una lampadina. Non è un caso che in mezzo a tutto questo si vada imponendo, strana figura di rassembleur divisivo, uno sparigliatore immaginifico come Renato Brunetta. Protagonista seppur fischiato domenica (raro berlusconiano, con Giovanni Toti), e protagonista di una scoppiettante intervista ieri al Corriere. I fischi? “Più che a me erano rivolti a Forza Italia”. “Su migrazione e sicurezza ho detto le stesse cose di Meloni e Salvini”. “È Trump che sta copiando noi, non il contrario”. Poi snocciola l’elenco della grande armata della destra: “La Lega di Salvini, Fratelli d’Italia della Meloni, i Conservatori e riformisti di Fitto, i Popolari di Mauro Mauro, Idea di Gaetano Quagliariello, l’Udc di Cesa, il partito di Rotondi (comunque si chiami ora, ndr), i Repubblicani di Nucara, la Destra di Storace e Alemanno, i Liberali di De Luca, le forze del civismo che stanno dietro ai nostri sindaci come Brugnaro a Venezia e Di Piazza a Trieste”. L’unica sigla del centrodestra non citata è quella di Parisi, ma s’è già detto. Il cronista è stupefatto, ma per Brunetta “tutti insieme possiamo vincere le elezioni e superare il 40 per cento”. Gliel’ha detto la Ghisleri. Tutte quelle italie in una lista unica? Un azzardo da pokerista, ma “la legge elettorale può anche cambiare”, dice Brunetta, nel senso di dare spazio alle coalizioni. Difficilino, ma mai dire mai. E il capo?: “L’unico possibile. Silvio Berlusconi… E da lì inizierà quella rimonta verso la vittoria le cui basi sono visibili nei sondaggi già da oggi”. Le italie son deste.

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