La rivoluzione di Stefano Pioli

Okkey, il panettone dovrebbe riuscire a mangiarlo. E sulla sponda bauscia del Naviglio, che ha appena iniziato a tastare con i suoi piedoni, è già un bel passo

Stefano Pioli

Stefano Pioli (foto LaPresse)

Okkey, il panettone dovrebbe riuscire a mangiarlo. E sulla sponda bauscia del Naviglio, che ha appena iniziato a tastare con i suoi piedoni, è già un bel passo. Ringrazierà, almeno nel segreto del cuore, Ivan il Terribile, uno dei pochi campioni veri nella pletorica rosa di ipotesi che ha. Siccome è stato derby, di Stefano Pioli bisogna pur parlare. E rimandare più in là di lucidarsi gli occhi con Julian Nagelsmann, terzo in Bundesliga con l’Hoffenheim, a 29 anni. Qui qualche allenatore direbbe ancora che un suo calciatore, a quell’età, è “un ragazzo che ha bisogno di maturare”. E poi i conservatori sarebbero i tedeschi. Comunque sia, tornando al panettone. La rivoluzione di Pioli, se s’è vista, è stata questa: possesso palla schiacciante ma totalmente inutile, come col Mancio; attaccanti che non beccano mai la porta, esterni che azzeccano un cross con percentuali da prefisso telefonico, come con Mazzarri-Mancio-De Boer. Centrocampo che perde palla con la facilità di un bambino in spiaggia, come da quel dì, quando se ne andò il Filosofo. Difesa che va a farfalle al primo attacco nemico, come con Mancio e De Boer. Icardi che al Milan non segna mai, come da quando è nato. Il panettone è a posto, per la rivoluzione aspettiamo. Però parla italiano, e dice cose come uno che ci capisce. Viva.

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