JACKIE

un film di Pablo Larraín, con Natalie Portman, Peter Sarsgaard, John Hurt, Billy Crudup, Greta Gerwing

L’ultima persona da cui aspettarsi un interesse per Jackie Kennedy era l’austriaca premio Nobel Elfriede Jelinek. Da un suo romanzo Michael Hanecke ha tratto “La pianista”, masochismo femminile nei peep show con Isabelle Huppert. Tra i monologhi teatrali riuniti sotto il titolo “La morte e la fanciulla” (come il quartetto di Schubert e come il primo motore di ogni sforzo poetico secondo Edgar Allan Poe) troviamo “Jackie”. Prima messa in scena a Berlino nel 2002 (il testo esce ora nelle edizioni La nave di Teseo). Speriamo non abbiano seguito alla lettera le indicazioni della scrittrice: “Immagino che Jackie si trascini dietro tutti i suoi cari estinti (d’accordo, l’embrione e i due bebè partoriti morti non sono così pesanti)”. Il resto ve lo risparmiamo, i Nobel non sono assegnati con senno e sensibilità. A giudicare dai film precedenti – “Toni Manero”, “Post mortem” o “Il club” – il cileno Pablo Larraín sembrava lontano da Jacqueline Bouvier vedova Kennedy quanto l’austriaca. Invece si è scoperto una passione per le biografie e la loro decostruzione: assieme a “Jackie” ha girato “Neruda”. Mostrando il poeta cileno (premio Nobel nel 1971) come un narciso snob, che riuscì abilmente a salvarsi dalla politica e dalla miseria. Piuttosto noioso, e afflitto dal poliziotto investigatore Gael Garcia Bernal che parlava come l’ispettore Clouseau. “Siamo d’accordo che potrò rivedere l’intervista, nel caso non fossi riuscita a dire quel che intendevo”: ecco il patto stabilito tra Jackie e il giornalista che la intervista una settimana dopo l’assassinio di JFK. Più avanti, gli dirà, accendendo una sigaretta: “si ricordi che non fumo”. E’ la chiave del film: a Larraín interessa la costruzione del mito da parte della vedova, con il musical “Camelot” per colonna sonora. In flash back, rivediamo la tragedia, lo Chanel macchiato, la salma che attraversa gli Stati Uniti, gli orfanelli con il cappottino, la veletta. Natalie Portman – poco somigliante, ma è l’ultimo dei problemi – esegue la parte, concentratissima. Noi abbiamo trovato un’anima gemella in Dana Stevens di Slate: “Non mi prende, non capisco se per colpa della recitazione o della regia”.

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