IL MEDICO DI CAMPAGNA

di Thomas Lilti, con François Cluzet, Marianne Denicourt, Anthony Bajon

Nostalgie, ognuno ha la sua. “Rogue One: A Star Wars Story” riporta il calendario al 1977. Con successo, a giudicare dagli incassi. “Il medico di campagna” riporta il calendario al “cinéma de papa” disprezzato dalla Nouvelle Vague. Il successo sarà meno clamoroso: quanti avranno voglia, sotto Natale, di stare due ore con un medico ammalato, la dottoressa che lo rimpiazza, le visite a domicilio nella Francia contadina? Andando più indietro, il modello sono i medici scrittori Michail Bulgakov, Anton Cechov, William Carlos Williams: andar di casa in casa, di malanno in malanno, genera storie (lo hanno capito anche i fratelli Dardenne, in “La ragazza senza nome”: dottoressa musona, malanni con risvolto sociale, una disgraziata che suona fuori orario all’ambulatorio e la porta resta sprangata). C’era una dottoressa – di campagna – anche in “Avere 17 anni” di André Téchiné: abbastanza per annotare sulla cartella clinica del cinema italiano “assenza totale di mestieri non architettonici o artistici” (e non è segno di buona salute).

Il dottore di campagna François Cluzet archivia le cartelle a memoria e promette ai pazienti anziani che moriranno a casa. La dottoressa sostituta, ex infermiera con studi di medicina più freschi, pensa che non sempre l’ospedale uccide (concordano però sul fatto che un esame con risultati fuori norma si può trascurare). Il dottore intanto, per via della malattia che vorrebbe tenere segreta, pare un paziente di Oliver Sacks: mangia solo metà del cibo nel piatto – solo un emisfero del cervello gli funziona – e soffre di allucinazioni olfattive. Tra il paziente che prima di farsi auscultare si leva cinque maglie, e la paziente – mamma del dottore – a cui bisogna controllare i contatori, si insinua la nostalgia per il bel mondo pre-globalizzzazione. Dove i poveri si aiutano l’un l’altro e i pazienti vengono ascoltati. “Dio ce lo conservi per sempre”, pensa il dottore scorbutico (e magari, già che c’è, potrebbe impedire alle femmine di laurearsi in medicina). Il regista lavorava come internista, la fissazione resta: “Hippocrate”, il suo film del 2014, aveva per sfondo una corsia d’ospedale.

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