MONTE

di Amir Naderi, con Claudia Potenza, Andrea Sartoretti, Zaccaria Zanghellini, Anna Bonaiuto

Nessuno si deve essere chiesto, né gli attori né le 75 persone della troupe trasportate in alta quota – il regista iraniano-newyorkese ha girato sui monti dell’Alto Adige e in Friuli Venezia Giulia – “cosa ci facciamo noi qui?” (non è offesa: è citazione da “Che ci faccio qui?” di Bruce Chatwin; fu celebrato come l’ultimo dei grandi viaggiatori – dopo di lui solo turisti – e ora non ha più tanti fan). Non toccava a loro chiederselo. Toccava ai produttori, che avrebbero dovuto discuterne con il regista. Come diceva la signora Pedecaris – la vedova americana Candice Bergen rapita dal berbero Sean Connery nel film “Il vento e il leone” di John Milius – “un punto dato oggi ne risparmia cento domani”. Un punto dato in sede di sceneggiatura avrebbe potuto risparmiare un film piuttosto noioso – fidatevi: anche per chi non ha l’asticella della noia posizionata come la nostra – che difficilmente incasserà. A dispetto degli sdilinquimenti critici: “il film più visionario e sconvolgente della Mostra di Venezia”, “Un canto all’essenza del cinema”, “Arrabbiato e straordinariamente espressivo”. Un contadino con la pala e la croce tolgono ogni dubbio, hanno lo stesso effetto le prime scene mute. Cominciano a parlare dopo dieci minuti, ed è come una pugnalata. Siamo in un passato assai remoto, medioevale si direbbe, con gli esterni spogli e gli interni caravaggeschi (anche qualche “Natura morta con cipolle, formaggio e aringhe affumicate”). L’italiano è quello di oggi. Tutto suggerisce “miseria nera”, in un villaggio ai piedi di una montagna dove il sole non arriva quasi mai. La terra non produce niente, la famiglia di Agostino – vestito di ruvido con berretto da “United Poors of Benetton” – muore di fame. Ma lui, cocciuto, non se ne vuole andare. In paese – dove va a vendere pupazzetti e posate di legno – lo evitano e gli dicono maledetto. Amir Naderi aveva già raccontato 77 cruciverba da risolvere in 24 ore sulla metropolitana di New York – titolo: “Marathon. Enigma a Manhattan” – ma almeno lì c’era la metropolitana. Costruita da uomini che, se la terra non dà frutti, invece di restare dove sono nati caricano le poche cose e tentano la sorte da un’altra parte.

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