FAI BEI SOGNI

FAI BEI SOGNI

Avrà il pubblico che ha comprato l’autobiografico romanzo di Massimo Gramellini – un milione di copie e cento settimane in classifica fanno pensare che gli italiani furono poeti, santi e navigatori, ora sono soprattutto orfani che mantengono la triste condizione fino all’età più che adulta (ipotesi buttata lì da Alberto Arbasino in un suo gustoso saggio su Giovanni Pascoli, altra pezza d’appoggio “Mia madre” di Nanni Moretti). Orfani di una mamma dolcissima. Una vera donna di cuori, mica la donna di picche evocata con terrore e disprezzo – sempre da Massimo Gramellini – nel “Buongiorno” che l’altro ieri seppelliva Hillary Clinton (e con lei ogni femmina che osi fare anche un solo passo verso il potere, meno male che il machista era Donald Trump). Avrà i critici che amano Marco Bellocchio sopra ogni regista, sempre e comunque. Anche quando in “Bella addormentata” sfrutta la storia di Eluana Englaro per il più manipolatorio tra i film da dibattito. Anche quando in “Sangue del mio sangue” accoppia malamente due mezzi film che solo un complottista esperto (o un dietrologo allucinato, o un interprete in preda al delirio) potrebbe collegare. Non avrà noi, perplessi – quasi annichiliti, per la verità, il film dura due ore e un quarto – da scene che in “Fai bei sogni” durano sempre più del dovuto. Spiegano cose che lo spettatore ha già stracapito, indugiano su Canzonissima e l’ombelico di Raffaella Carrà. Oltre che su “Belfagor - il fantasma del Louvre”, sceneggiato di paura con Juliette Greco trasmesso dalla Rai nel 1966 (e saldamente impresso nella memoria della generazione Gramellini, che lo usò all’occorrenza come amico immaginario e sostegno nei momenti brutti). La fotografia di Daniele Ciprì – che dispiacere, è bravissimo e saprebbe fare ben altro – è grigia nel lutto e ambrata nella nostalgia, insistente nella casa vuota dove un ritaglio di giornale ficcato nel 1960 dentro un libro sbuca decenni dopo, senza neppure un po’ di polvere. La scatola di fiammiferi – metafora metafora, sennò che film d’autore sarebbe – suggerisce di far luce sulla notte fatale, dopo un estenuante dibattito sull’aldilà e la vita eterna con Roberto Herlitzka.

 

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