SEGRETI DI FAMIGLIA

SEGRETI DI FAMIGLIA

Videogiochi e Isabelle Huppert. No, non è già arrivato nelle sale italiane – non sono cose che accadono d’estate – l’ultimo film dell’attrice. Non è “Elle” di Paul Schrader, dove Isabelle Huppert viene violentata nella sua villa da un uomo mascherato che pare Diabolik e penetra da una finestra (a misfatto compiuto lei si fa una doccia, non dice niente a nessuno, torna a dirigere una ditta di videogiochi, dove qualcuno le manda sul computer un video porno-fantasy). “Segreti di famiglia” era al festival Cannes l’anno scorso, provocando – va detto – una delle più accese e prolungate chiacchiere dopo-film (non si può dire dibattito, se avviene a tavola per cena). Capolavoro per alcuni, recitato da attori sublimi. Per altri, riciclaggio piuttosto astuto e molto ben confezionato di spunti che vanno dal senso di colpa (per i figli lasciati a casa da una mamma che fa un lavoro pericoloso e amatissimo) alle foto che rivelano particolari prima sfuggiti, non solo la miseria e alle tragedie del mondo. Ma sarà poi giusto fermarsi e scegliere l’inquadratura giusta, di fronte a tanta sofferenza? (per non sbagliare, il regista norvegese carica il dilemma sulle spalle dei suoi personaggi). La fotografa di guerra è Isabelle Huppert – “maestosamente travagliata” scrive un recensore entusiasta del film (eppur sempre elegantissima e pettinatissima come se avesse lasciato New York il giorno prima). La vediamo nei flashback, inappuntabile quanto gelida (all’inizio del film vediamo la sua auto scontrarsi con un camion poco lontano da casa.) E qui, di nuovo, i soliti snodi facili: tornata illesa dalle bombe, va a morire in uno stupido incidente, per un maledetto colpo di sonno (il titolo originale, a conferma, è “Louder Than Bomb”, più rumoroso delle bombe, come certe rivelazioni che sono sempre sul punto di arrivare, e tardano). A scambiarsi mezze parole e mezze rivelazioni – mentre scelgono le foto per una grande mostra, e un collega minaccia un articolo scandaloso – sono il padre Gabriel Byrne (tintissimo), il figlio quindicenne Devin Druid (nel film si chiama Conrad e sta sempre nella cameretta con i videogiochi), il figlio maggiore Jesse Eisenberg, che vive lontano e torna per l’occasione. Sua la scena iniziale, bellissima. Davvero faceva sperare in un film meno inutilmente pensoso.

 

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