LA CASA DELLE ESTATI LONTANE

LA CASA DELLE ESTATI LONTANE

A teatro sarà pure un imperdibile genio (lo sostengono quelli che frequentano i teatri, e vanno poco al cinema, e sembrano sempre sul punto di dire “due ore di vita buttate via”, come Debbie Reynolds a Gene Kelly in “Cantando sotto la pioggia”). Al cinema Pippo Delbono un genio non pare. I film da lui diretti – “Sangue” sui brigatisti rossi, “Amore carne” girato con il cellulare, i motivi di interesse sono quasi esauriti – mettono lo spettatore non complice a dura prova (ma allora racconto anch’io del lutto per mia mamma? davvero basta riprenderla sul letto di morte per fare un’opera d’avanguardia?). I film dove recita – “Io sono l’amore” di Luca Guadagnino o “Io e te” di Bernardo Bertolucci – non fanno cambiare opinione. Tra l’imperdibile genio teatrale e la recitazione cinematografica qualcosa continua a non funzionare. Non funziona neppure qui, fuori dall’Italia e dal paese che ha inventato la commedia dell’arte madre di molti mali (se pensiamo al cinema italiano: da lì vengono gli attori-macchiette e a recitazione anti-naturalistica). Siamo ad Atlit, un’ora di macchina da Tel Aviv. Corre l’anno 1995 – anche lui ha la sua parte nella trama, un disperato tentativo di promuovere il film dalla categoria “sorelle che litigano prima di vendere la casa dei genitori” a “popoli sul punto di firmare la pace, non fosse stato per il fanatico che ha sparato a Yitzhak Rabin”. “Gandhi è morto, noi abbiamo Rabin” dice un giovanotto nel film, alla sorella che vuole andare in India per coltivare la sua mania ayurvedica (le consiglia il deserto del Negev. come alternativa). Nella casa di Atlit le tre sorelle arrivavano dalla Francia, per trascorrere l’estate e dare degna sepoltura a un asino chiamato “Rasputin” (introdotto per la battuta “non è un nome da asino”, altro ruolo drammatico non ha, si sospetta un tocco autobiografico da parte della regista franco-israeliana). L’agente immobiliare consiglia di ripulire il giardino, la faccenda sarebbe già ardua se non comparissero – come se fossero vivi e chiacchieranti – i genitori morti (e un ragazzino palestinese che ci sta sempre bene). Il padre è appunto Pippo Delbono, aggiunge imbarazzo a un ruolo già per sé imbarazzante. La madre è Arsinée Khanjian, moglie del regista Atom Egoyan. L’unica battuta buona la dice Rabin in televisione: “Lo sport degli ebrei è fare discorsi”.

 

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