JULIETA

JULIETA

Dei registi invitati al Festival di Cannes per lunga fedeltà, il vincitore Ken Loach era più Ken Loach che mai (buoni da una parte, cattivi dall’altra, abisso in mezzo). Jim Jarmusch era più Jim Jarmusch che mai (poesia della vita quotidiana e il bar di “Coffee and Cigarettes”, con bulldog vincitore di Palme Dog postuma). Olivier Assayas era più Olivier Assayas che mai (immagini leccate, niente ciccia, tutto un filosofeggiare a ruota libera su realtà, apparenza, spiritismo, tavoli ballerini). Pedro Almodóvar non somigliava a Pedro Almodóvar, il che poteva non essere un male, viste le ultime fatiche del regista. “La pelle che abito” e “Gli amanti passeggeri” erano uno troppo ambizioso – con il sinistro chirurgo Antonio Banderas – l’altro troppo basso: i tre steward ballerini dopo un po’ annoiavano, i colpi di scena sfiguravano davanti al primo e bellissimo episodio di “Storie selvagge” di Damián Szifron, prodotto da Almodóvar medesimo (se non lo avete visto peggio per voi: a bordo di un aereo tutti conoscono il pilota, chi c’è andato a scuola, chi ne ha rifiutato la corte, lui vendicherà le offese schiantandosi sulla casa dei genitori). Pedro Almodóvar non somigliava a Pedro Almodóvar. Non somigliava neppure ad Alice Munro, signora canadese premiata con il Nobel per i suoi racconti. Tre storie sono finite in “Julieta”, la raccolta era intitolata “In fuga”, qualche ritocchino geografico avrebbe dovuto avvicinare il regista della movida madrilena (con un gusto per il grottesco) e la narratrice che vede cose che a noi sfuggono, trova le parole perfette e si fa da parte (“gli occhi avevano un bel colore, se fossero stati un pezzo di stoffa”). Madre e figlia – no, non come in “Tutto su mia madre”, che sfoggiava travestiti in quantità – hanno perso i contatti da anni. La madre sta per andare in Portogallo con il nuovo fidanzato, la vediamo mettere i libri nelle casse, oltre a strane ceramiche con maschi dal pisello mozzato (no, non è un indizio, è un’inutile attenzione ai dettagli, al pari del rosso che impera nella fotografia). Flashback, su un viaggio in treno: un passeggero vorrebbe fare conversazione, la ragazza rifiuta, il passeggero si butta sotto la locomotiva. Primo senso di colpa in una lunga catena che conduce alla fine del film. Nessuno davvero credibile. Nessuno davvero commovente.

 

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