LAND OF MINE - SOTTO LA SABBIA

LAND OF MINE - SOTTO LA SABBIA

Da studiare come un’esercitazione in materia di suspense. Che non è, come spiegava Alfred Hitchcock, una bomba che all’improvviso scoppia, senza che nessuno l’abbia mai vista prima. E’ una bomba che qualcuno ha messo sotto un tavolo attorno a cui, senza fretta magari, si stanno sedendo gli ospiti. Soltanto lo spettatore (oltre naturalmente al bombarolo) ha visto il timer, puntato di lì a pochi minuti. E quindi – a differenza delle persone tranquillamente sedute a chiacchierare – si morde le mani in attesa dello scoppio. “Land of mine” funziona così, con tutte le complicazioni e le variazioni e le false piste in materia. Pensate all’horror, la ragazza si aggira in camicia da notte  piedi nudi, una telefonata l’ha minacciata di morte, gira per accertarsi che le porte siano chiuse. Rumori in soffitta… ma no, è solo il gatto. Di nuovo rumori, alzata di spalle come a dire “ma no, è di nuovo il gatto…” e puntuale l’assassino colpisce. Applicate il meccanismo a due milioni di mine, tante ne avevano sepolte i nazisti nelle spiagge danesi: temevano che lì sarebbero sbarcati gli alleati che invece puntarono sulla Normandia. Siamo nel maggio del 1945, la Germania è stata sconfitta, un cavillo serve per  aggirare la Convenzione di Ginevra (in teoria, non si potevano usare i prigionieri di guerra per lavori tanto rischiosi). I soldati tedeschi dell’ultima leva sono terrorizzati, e qui ancora in età da invocare la mamma quando sono in pericolo. Non basta per commuovere il sergente Rasmussen, né i danesi in generale: quando va bene sono sputi e insulti. L’intero film è appunto una riuscitissima esercitazione in materia di suspense. Impariamo come si disinnesca una mina, con prove pratiche dietro un paravento, agli sminatori che vengono dopo è bene non mostrare il compagno ridotto a brandelli. Ed è bene non mostrarlo neppure allo spettatore, se no dalla suspense si finisce nello splatter e non era questa l’intenzione del bravo regista Martin Zandvliet. Appena crediamo di aver indovinato quel che succederà, infierisce sulle nostre aspettative, ingaggiando una guerra di nervi con lo spettatore (vince lui, è evidente, e a tratti il film ricorda la tensione di “The Hurt Locker”, doppio Oscar per Kathryn Bigelow). Aiutano la colonna sonora che spezza i lunghi (e qui ben motivati) silenzi, e le spiagge fotografate come il paradiso.

 

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