IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI

IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI

Condominio in periferia. O fa da sfondo a un film di denuncia, o fa da sfondo a un film sbalestrato come questo. Sempre meglio la bizzarria della denuncia, anche se il regista non dimentica di dichiarare “in periferia ci si vuole bene e le persone sanno cosa sia la solidarietà” (poi sente il bisogno di aggiungere: “Almeno, vale per quando ci sono cresciuto io, negli anni 80, figlio di un fabbro e di una parrucchiera”). Non aspettatevi una storia: sono vignette, che partono con un certo gusto per l’assurdo e poi propendono per la tenerezza e le solitudini che avrebbero potuto non incontrarsi mai. Del tipo: l’astronauta americano, arrivato non si sa come dallo spazio, suona il campanello a una signora marocchina; non si capiscono, ma lei lo tratta come un figlio, gli fa il cus cus. Fa da valore aggiunto la presenza di Jules Benchetrit, figlio del regista – che ha tratto il film da un suo libro del 2005 intitolato “Chroniques de l’asphalte”, “Asphalte” era appunto il titolo originale – e della sfortunata Marie Trintignant, figlia sua volta di Jean-Louis. Basta per commuoversi quando il ragazzino trascurato dalla madre fa amicizia con Isabelle Huppert, nel ruolo di un’attrice famosa negli anni 80 e ora tanto in confusione da non riuscire a rientrare in casa. Fa da secondo valore aggiunto la presenza di Valeria Bruni Tedeschi, che con il camice da infermiera aggiunge un elemento alla più improbabile sfilza di ragazze proletarie mai vista al cinema (per fortuna sta scrivendo il suo quarto film, e la smetterà di indossare finti stracci da mercatino per tornare la ricca snob che più le si addice). Fuori dal reparto a fumare, fa amicizia con il più depresso dei suoi pazienti, stroncato da troppa cyclette. Ed è la terza stranissima coppia dell’ambizioso film: il regista segue le sue manie senza preoccuparsi più che tanto dello spettatore, così fanno gli artisti. Meno giustificazioni si trovano a “Un momento di follia”, con Vincent Cassel e François Cluzet. Dirige Jean-François Richet, che aveva illustrato le gesta de gangster Mesrine in “Nemico pubblico numero 1”. Il passaggio alla commedia generazionale non gli riesce bene: il remake – ordinato dagli eredi di Claude Berri che girò l’originale nel 1977 – annoia con la storia della diciassettenne che si porta a letto l’amico di papà e poi lo tormenta dichiarandosi innamorata.

 

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