TRUTH – IL PREZZO DELLA VERITA’

TRUTH – IL PREZZO DELLA VERITA’

Sono i dettagli che non si reggono. Le sottolineature. La celebrazione del giornalismo d’inchiesta che gemella “Truth” con “Spotlight” di Tom McCarthy. “Faccio domande per scoprire la verità”, spiega Cate Blanchett al figliolo (già il rampollo armeggia con la telecamera, inchiesta sul campo per sapere come mai la mamma sta a casa meno di papà). L’attrice venuta dall’Australia ha la parte di Mary Mapes, produttrice tv che dopo il licenziamento dalla Cbs ha scritto un libro raccontando la sua versione dei fatti. Più avanti nel film, quando l’inchiesta giornalistica che avrebbe dovuto smascherare un giovane George W. Bush imboscato nell’areonautica per non andare in Vietnam si rivela fondata su prove perlomeno dubbie, gli verserà i cereali nel tazzone dimenticandosi del latte. Sta al telefono, presissima da testimoni, periti, un direttore di rete che non capisce come si possa prendere per buono un documento – una copia, neppure l’originale, che potrebbe essere fabbricato da qualsiasi computer. E solo da un computer, non da una macchina per scrivere degli anni 70 (avevano la spaziatura fissa, non proporzionale come i programmi di scrittura). Il clou – della retorica, e del kitsch, fuori luogo in un film che vorrebbe essere “Tutti gli uomini del presidente” - si tocca quando viene rivelato un pezzo d’infanzia. Siamo nella perigliosa zona che quel geniaccio di Sydney Lumet etichettò come “psicologia del pupazzetto”: gli hanno rubato il pupazzetto da piccolo, da grande fa il serial killer. Il padre di Mary era alcolizzato e la picchiava quando da ragazzina faceva domande, suggerisce una gola profonda che vorrebbe così spiegare il rapporto padre e figlia che lega Mary a Dan Rather, anchorman superfamoso. Mary, che era già sulla storia dell’imboscato Bush nel 2000, lasciò perdere perché aveva la mamma malata. Brivido. Spiegazione: “Adesso potremmo avere al Gore come presidente degli Stati Uniti”. Altro brivido. In “Tutti gli uomini del presidente” già c’era Robert Redford, e ce lo ribecchiamo qui, con capelli inguardabili e una sola espressione (il vero Dan Rather andrà in pensione anticipata). Cate Blanchett cerca di rifare Faye Dunaway in “Quinto potere”, e da come tratta l’avvocato che dovrebbe difenderla non ispira gran simpatia. La versione americana del pasoliniano “io so ma non ho le prove”.

 

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