BROOKLYN

BROOKLYN

Hai schizzato sugo sulla famiglia e sui muri”. Le ragazze irlandesi del pensionato cucinano gli spaghetti a scopo didattico. Saoirse Ronan esce con un ragazzo italiano a Brooklyn, in vista della prima cena in famiglia le fanno fare un po’ di esercizio. La ragazza impara così bene che il primo avvoltolamento della pasta sulla forchetta è impeccabile. Confessa il training, e il piccolo di casa – accompagnandosi con una dose di gestacci che forse una famiglia broccolina anni 50 non avrebbe tollerato – ne approfitta per dichiarare: “Noi gli irlandesi li odiamo”. Nick Hornby di “Alta fedeltà” ha quasi smesso di scrivere romanzi, e dopo il successo di “An Education” (diretto da Lone Scherfig con Carey Mulligan) ha cominciato a scrivere sceneggiature. Prima “Wild” per Jean-Marc Vallée (tratto dalle memorie di Cheryl Strayed, nel film caricano lo zaino sulle spalle di Reese Witherspoon, incamminata sul Pacific Crest Trail) e ora questo “Brooklyn”, tratto dal romanzo dell’irlandese Colm Toìbin. Prima di emigrare, Eilis lavorava in una drogheria gestita da una padrona così antipatica che negava alle clienti il lucido da scarpe di domenica mattina (“avresti dovuto pensarci ieri”). Di là dall’Oceano lavora in un luccicante grande magazzino che dà il resto alle clienti con la posta pneumatica, comunque molto meno lussuoso dell’emporio dove Cate Blanchett – il film è “Carol” di Todd Haynes, dal romanzo di Patricia Highsmith – incontra Rooney Mara, commessa per le feste di Natale al reparto giocattoli. La domenica va a ballare, a cena spettegola con le altre pensionate e ringrazia la sorella Rose che ha combinato tutto, biglietti per il viaggio e nuovo impiego, facendosi aiutare dal prete. Con il moroso italiano Eilis va al cinema e a Coney Island, tappe obbligate – assieme a Ellis Island – nell’iconografia dell’emigrazione. Appuntamento dopo appuntamento, speriamo che succeda qualcosa. Per carità, le scene sono ben girate, la padrona della pensione borbotta il giusto, Saoirse Ronan fa l’ingenua epperò ha l’occhietto vispo (ed è piaciuta fin troppo ai votanti per l’Oscar), ma lo spettatore fatica ad appassionarsi. Poi i colpi di scena arrivano, e anche qualche strazio, in un raro film sull’emigrazione dove ogni cosa sembrava filare liscia, tranne un po’ di mal di mare e uno stufato incautamente divorato sul transatlantico. 

 

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