ROOM

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Gli entusiasti, come il critico di Total Film (il mensile britannico che affianca alle recensioni un grafico con la curva dell’interesse, da “zzz” a “da brivido”, passando per “divertente” e “abbioccante”) mettono in guardia: un solo pacchetto di kleenex non basterà. I contrari come Mick LaSalle, critico del San Francisco Chronicle, inventano la categoria dei film “eat-your-spinach”: “guardalo che ti fa bene come la verdura” (a cosa faccia bene, non è meglio specificato: forse a non accapigliarsi con chiunque ne parli con le lacrime agli occhi, perché appunto i fazzoletti non sono bastati). I più contrari ancora salvano la trama di “Room” e trovano ridicole le psicologie. Coloro che stanno in mezzo – Manhola Dargis sul New York Times, per esempio – sono rimasti catturati dall’originalità della prima parte. Per poi restare soffocati dalla banalità, ma ancor di più dalle indecisioni di regia della seconda parte. Esattamente quel che pensiamo noi: una magnifica claustrofobia con tocchi da favola serve all’inizio per raccontare le giornate di Jack e della sua mamma, prigionieri del maniaco che abita al piano di sopra (ogni riferimento ai casi di cronaca austriaca è voluto: Jack è nato prigioniero, il rapitore ha ingravidato la ragazza che ormai nessuno cerca più). L’irlandese Lenny Abrahamson ha tratto il suo film – il quinto, dopo il bellissimo “Garage” e l’eccentrico-ma-barboso “Frank” con Michael Fassbender, la testa sempre infilata in un mascherone di cartapesta – dal romanzo dell’irlandese (ormai naturalizzata canadese) Emma Donoghue. Lo ristampa Mondadori con il titolo del film, togliendo di mezzo quello che era servito per la prima edizione, anno 2010: “Stanza, letto, armadio, specchio”. Jack raccontava le sue giornate quasi normali, accudito da una mamma amorevole che lo chiudeva nell’armadio a ogni visita del rapitore. E i piani fatti dalla mamma per fuggire dalla cella – il ragazzino avvolto in un tappeto potrebbe avere qualche possibilità, ma bisogna provare e riprovare, sperando che i vicini non ti riportino dal rapitore che intanto minimizza “lite familiare, fatevi i fatti vostri”. “Room” ha avuto troppe candidature all’Oscar, e la finora sconosciuta attrice Brie Larson ha conquistato la sua statuetta. Speriamo ne faccia buon uso. Più di Hilary Swank che di Oscar ne ebbe due, ed è quasi sparita dagli schermi.

 

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