L’ULTIMA PAROLA – LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO

L’ULTIMA PAROLA – LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO

Abbiamo la storia di un mostro nella palude, il personaggio più riuscito è la palude, chi se occupa? Un film di prigione, femmine che litigano semisvestite, chi lo riscrive? Chi vuole la suora ninfomane? Chi si prende il gorilla? Chi lavora sul film con l’alieno con la testa di insetto?”. I copioni – da scrivere, da aggiustare, da rivedere – li mette all’asta John Goodman. Godiamo ogni minuto della sua trombonaggine nella parte del produttore Frank King: era nato Kozinsky, come i fratelli e soci Maurice e Herman; prima di darsi al cinema gestivano un impero di slot machine (e grazie alle corse dei cavalli conoscevano Louis B. Meyer e Frank Capra). Dalton Trumbo ebbe il suo primo momento di celebrità nel 1939, con il romanzo antimilitarista “E Johnny prese il fucile” (nel 1971, a 66 anni, debutterà nella regia ricavandone un film straziante: un soldato sfigurato, senza gambe né braccia, comunica con l’alfabeto Morse muovendo la testa). Le simpatie comuniste gli erano costate undici mesi di prigione, aveva vinto un Oscar sotto falso nome con la sceneggiatura di “Vacanze romane”, per vivere ormai scriveva qualsiasi cosa, a tavolino o più volentieri nella vasca da bagno, con sigaretta e scotch. Moltiplicava gli pseudonimi, ognuno con la sua linea telefonica, da casa sua partivano buste per le stesse major che in pubblico non volevano sentire il suo nome. Erano “i comunisti che sapevano scrivere” – anche se poi gli scappava un po’ la mano e facevano difendere all’alieno i diritti dei lavoratori – messi sotto processo negli anni 50 dal comitato per le attività antiamericane. “E se il senatore Joseph McCarthy fosse stato il più grande critico cinematografico americano del dopoguerra?”, provoca lo scorrettissimo Barney Panofsky. Il regista Jay Roach e lo sceneggiatore non adottano la versione di Barney (copyright Mordecai Richler). Danno a Bryan Cranston della serie “Breaking Bad” gli occhiali e i baffi di Dalton Trumbo, a Helen Mirren i cappellini di Edda Hopper, pettegola e sobillatrice (minaccia i produttori ebrei che fanno scrivere i loro film dai comunisti). Loro sono bravissimi, funzionano meno bene gli attori di ieri fatti rivivere da attori di oggi, e l’intreccio con i materiali d’archivio. Il vero Dalton Trumbo, se interpellato, avrebbe sgonfiato certe scene esemplari, quando i neri carcerati sputano addosso ai “commies”.

 

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