L’ABBIAMO FATTA GROSSA

L’ABBIAMO FATTA GROSSA

Le coppie comiche di tutti i tempi e di tutti i paesi (vuol dire: quelli che hanno il senso dell’umorismo e che a corte tenevano i giullari) sono diverse per fisicità, prima che per carattere. Stanlio e Ollio, Cochi e Renato, Gino Cervi e Fernandel, Jack Lemmon e Walter Matthau, John Belushi e Dan Ackroyd, Totò e Peppino, Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli, alias “I Soliti Idioti” (vale anche come avviso di chiamata, a quando il prossimo film?). Ma siamo italiani moderni, quindi creativi, quindi fantasiosi, quindi fuori dal coro, e le coppie comiche le facciamo come pare a noi. Carlo Verdone qui fa coppia con Antonio Albanese. Fino a qualche anno fa erano abbastanza diversi, ne conveniamo. Ora sono identici, nel faccione a uovo e nella pelatina, oltre che nella critica a Checco Zalone che esce in troppe copie e conquista il pubblicone, mentre loro si sentono nel paradiso dei radical chic (e comunque: escono in 850 copie, mica 150). Non hanno neppure il bene del dialetto, uno nordico e uno romano, a differenziarli: spesso si travestono, quindi gli accenti cambiano. La prima parola orecchiata all’uscita del cinema milanese dove – pagando regolare biglietto (è nota la scarsa propensione del produttore Aurelio De Laurentiis per le anteprime) – abbiamo visto il film era “deludente”. La seconda era “deprimente”. In effetti, i due sono tra il malinconico e il triste, ma sul versante sbagliato: sul giusto stava Epifanio con il cappottino spigato, un Antonio Albanese vintage che piacerebbe rivedere (ci tocca invece un simil-Alex Drastico, grandioso vintage pure lui, ma vestito da prete rende meno). La terza parola – “dolente” – l’abbiamo letta nel sunto fornito da un sito di cinema, e siccome sappiamo come vanno queste cose, era presa direttamente dal comunicato stampa. Yuri Pelegatti-Albanese è un attore smemorato, colpa della moglie che lo ha lasciato. Per farla pedinare arruola il più improbabile degli investigatori privati, Arturo Merlino-Verdone: uno che vive con la zia e frequenta una cantante lirica armena che funge da intermezzo comico. In un film comico? Ebbene sì, quando arriva lei si ride. D’altronde, le commedie non dovrebbero moralisticamente chiudersi con una frasetta di denuncia, credendosi “Le mani sulla città”: “I personaggi e la storia sono inventati, è autentica la realtà che li produce”.

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi