THE PILLS – SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE

THE PILLS – SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE

Tre trentenni attorno a un tavolino, il posacenere pieno di cicche. Ovvero: quando la generazione degli indecisi a tutto diventa serie comica, satireggiando le proprie manie. Con un’intuizione di fondo, che ne spiega il successo internettiano e youtubesco, calcolato in milioni di visualizzazioni e ora premiato con un lungometraggio (produce Pietro Valsecchi, che cominciò con Checco Zalone, ormai superstar, continuando con Soliti Idioti, e poi con Pio e Amedeo). Circondati come siamo da lamenti per il lavoro che manca, e per i poveri precari che non riescono a mettere su famiglia, chi va in controtendenza subito si fa notare. E dà un volto alle cifre sempre più allarmanti, sui giovani che non studiano né lavorano. Però evidentemente in qualche modo campano, e come al solito sono i comici a prendersi la briga di svelare il mistero. “Una vita con la sveglia alle sette e mezza non vale la pena di essere vissuta”: questo il mantra del trio, e al posto della “sveglia alle sette e mezza” potete metterci qualsiasi faccenda che distolga dal parlarsi addosso. I nostri stanno in cucina, oltre a stare su Facebook. Gli sketch funzionano, più per identificazione generazionale che per lavoro di scrittura e tempi comici: fa sempre impressione vedere come i trentenni dal click veloce non siano altrettanto rapidi quando scrivono le loro gag. Il lungometraggio pone qualche problema in più, pur apprezzando gli sforzi per costruire una storia (purtroppo son rimaste in vista le cuciture). Luigi Matteo e Luca erano già così da piccoli, suggerisce il prologo che li mostra ragazzini, a una festa con l’aranciata, mentre parlano di cose più grandi di loro. Cazzeggia oggi e cazzeggia domani, finisce che uno un lavoretto se lo trova, e finisce impigliato. Colpa delle cattive compagnie, appunto una ragazza che fa lavori precari, messi in scena al rallentatore come se fossero “Nove settimane e mezza” (che forse quella generazione neanche ricorda, a giudicare dalla gag, sciolta solo nel finale, dove viene nominato Pasolini invano). Ricordano invece il bagno nella Fontana di Trevi. I “bangla” fanno da modello di business riuscito, multinazionale delle rose e degli ombrelli con sede a Milano (“Caffè, tè, pompino?”. “Pompino, se non lo deve fare solo per me”, è lo scambio di battute con la segretaria). Lo scontro vero con papà, che ti caccia di casa per inseguire i suoi sogni di regista con la sciarpetta.

 

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