REVENANT – REDIVIVO

REVENANT – REDIVIVO

Gratitudine a “Revenant” per aver prodotto – sull’ultimo numero di Wired – un magnifico “Survival Handbook” organizzato in minuti, giorni, mesi, decenni strappati alla cattiva sorte, con l’aiuto di esperti che rivelano i segreti del mestiere. Per esempio: è sempre utile avere con sé un rotolo di nastro adesivo, mentre è altamente sconsigliato indossare le infradito in aereo: superi facilmente la sicurezza, ma in caso di incidente i passeggeri con gli anfibi sono avvantaggiati. Per esempio: la casa conta almeno 17 modi per ucciderti (come già avevamo capito vedendo gli horror della serie “Final Destination”): oltre ai coltelli, le scale, gli asciugacapelli, sono pericolosi i ripostigli e pure i divani, per non parlare dei letti. Leonardo DiCaprio, giusto per dare il cattivo esempio, muore in “Titanic” (romantica cavalleria, cede l’appiglio a Kate Winslet), in Romeo e Giulietta (equivoci a catena), in “Django Unchained” (i film di Quentin Tarantino funzionano come i più cruenti drammi di Shakespeare: se durassero un pochino ancora, comincerebbero a morire gli spettatori delle prime file). In “Revenant”, viene assalito da un’orsa che quasi lo ammazza, in una scena che pare non finire mai (grazie, reparto effetti speciali, così poi il regista fa il puro dicendo che il resto del film è girato con le sole luci fornite dalla natura matrigna, libera e selvaggia). Campa come cacciatore di pellicce, negli anni Venti dell’800, in un territorio infestato dagli indiani. Proseguire non può, in quelle condizioni – in verità non si capisce come riesca ancora a respirare – quindi il capo spedizione offre una ricompensa a due sottosposti. Gli faranno da badante, fino alla morte che secondo tutti gli uomini assennati non dovrebbe tardare. Il film di Alejandro González Iñárritu – ma che tremendo voltafaccia, dopo l’intelligente splendore di “Birdman” – viene dal libro firmato Michael Punke (con lo stesso titolo del film, esce da Einaudi). Ma su Hugh Glass, così si chiamava lo sfortunato trapper, e sulla sua storia di vendetta, Richard Sarafian – cognato di Robert Altman nonché regista di “Punto Zero” – aveva già girato nel 1971 “Man in the Wilderness” (ribattezzato per gli spettatori italiani “Uomo bianco, va’ col tuo Dio!”). Dura esperienza per gli attori (hanno lavorato a 40 gradi sotto zero). E per gli spettatori che non si commuovono davanti a un disgraziato che medica le ferite con la polvere da sparo.

 

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