CAROL

Un pigiamino con i pois, anche un po’ liso ai bordi: la ragazza vorrebbe fare la fotografa, per tirare su qualche soldo lavora al reparto giocattoli di un grande magazzino (si mette anche il berretto rosso da Babbo Natale in testa) non può permettersi altro.
CAROL

 

Un pigiamino con i pois, anche un po’ liso ai bordi: la ragazza vorrebbe fare la fotografa, per tirare su qualche soldo lavora al reparto giocattoli di un grande magazzino (si mette anche il berretto rosso da Babbo Natale in testa) non può permettersi altro. Dall’altra parte, un visone color caramello, capelli biondi in onde perfette, borsetta di coccodrillo e cappello intonato all’abito: una cliente che trasuda classe ed eleganza vuole una bambola per la figlia. Andrà via con un trenino elettrico, dimenticando i guanti sul bancone. Assieme all’indirizzo per la consegna, saranno galeotti. La commessa e la signora si rivedono e si innamorano, nella New York degli anni 50 ricostruita con cura maniacale da Todd Haynes, che già aveva intonato il foliage agli abiti, ai foulard e all’automobile di Julianne Moore in “Lontano dal paradiso”. Là avevamo il perfetto rifacimento di un melodramma alla Douglas Sirk, accentuando un paio di dettagli che allora potevano essere solo suggeriti: il marito che si attarda in ufficio per amoreggiare con un collega, la moglie che guarda con occhi appassionati il giardiniere nero. In “Carol” abbiamo il perfetto adattamento di un romanzo che Patricia Highsmith pubblicò nel 1952 con lo pseudonimo di Claire Morgan: la scrittrice texana aveva 30 anni, Alfred Hitchcock aveva appena comprato i diritti del suo primo romanzo “Sconosciuti in treno”, non le andava di legare il suo nome a una storia lesbica (che subito diventerà di culto, e lo rimarrà almeno fino alla rivolta di Stonewall, punto di svolta nei diritti civili). Ed Lachman, magnifico direttore della fotografia, ha scelto il vecchio formato Super 16: odia il digitale, ed è convinto che le sfumature si facciano sul set, illuminando a dovere la scena, non correggendole in laboratorio. Cate Blanchett e Rooney Mara sono incantevoli, una più brava dell’altra, perfette nei ruoli da ingenua e da donna infelicemente sposata, a cui il marito – scoperta la tresca – decide di portare via la figlia. Meritano di esser candidate a tutti i premi possibili, per attrici protagoniste (Rooney Mara da sola ha già vinto a Cannes, un ex aequo ci poteva stare). Una gran festa per gli occhi, e una gran nostalgia per il tempo passato quando c’era sempre un posto libero al New York Times, per una giovane aspirante fotografa.

 

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi