IL PONTE DELLE SPIE

IL PONTE DELLE SPIE

Si fa fatica a credere che lo abbia girato Steven Spielberg, il giovanotto prodigio di “Duel” e il gran furbone che non mostrò quasi mai lo squalo nel suo film del 1975 (perlopiù erano bidoni gialli, in effetti quando i dentacci si mostrano non incutono più tanto terrore, celebrano piuttosto la bravura del reparto effetti speciali). Fuorviante anche il paragone con “Lincoln”, appassionante per via di Daniel Day-Lewis che nell’originale parlava con la filologica vocina. Oltre che per la compravendita dei votanti: c’era da far trionfare il XIII emendamento, ovvero l’abolizione della schiavitù, e un simile fine giustifica qualunque mezzo. Molto aiutava in quel film la sceneggiatura scritta da Tony Kushner, drammaturgo premio Pulitzer per “Angels in America”. Qui compaiono i nomi di Joel e Ethan Coen, e scena dopo scena si attende la loro zampata. Niente, devono essersi occupati soltanto della spia russa, che infatti è il personaggio più interessante del film (grazie anche all’impassibilità e alle folte sopracciglia del premiatissimo attore britannico Mark Rylance, dal 1995 al 2015 direttore del Globe Theatre di Londra). Un film sulla guerra fredda che fa innamorare della spia russa – a scapito dell’eroe Tom Hanks, avvocato di Brooklyn specializzato in diritto assicurativo che sul ponte berlinese di Glienicke, nel 1962, manovrò uno scambio di prigionieri tra russi e americani, con la DDR di mezzo – qualche problema lo pone. Intendiamoci, prima con il cappotto americano (rubato dai teddy boys mentre si reca al primo appuntamento presso l’ambasciata sovietica, il Muro è ancora fresco) e poi con il cappotto sovietico bordato di pelliccia, Tom Hanks è il perfetto padre di famiglia americano che diventa eroe suo malgrado. Difende Rudolf Abel, sospettato di passare informazioni ai russi, e lo fa bene: “Quel che ci rende americani è il libro delle regole, vale a dire la Costituzione”. Alla parola Costituzione, come un riflesso condizionato, è scattato il paragone con “Lincoln” (e anche un’epidemia di correttezza politica: “guarda come erano avanti, noi adesso abbiamo Guantanamo, quella è l’America che ci piace”). Bella la storia, oltre che vera, bisognava trovare un modo meno didascalico di raccontarla. E sforbiciare mezz’ora: in fondo servivano un paio di prigionieri da scambiare, non un documentario sulla costruzione del Muro.

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi