DOBBIAMO PARLARE

DOBBIAMO PARLARE

Una delle più disattese regole del cinema ben fatto suggerisce di tener d’occhio i dettagli. Possiamo formulare una legge parallela a quella che apre “Anna Karenina” di Tolstoj, gran teorico (e pratico) delle famiglie felici che si somigliano, mentre le famiglie infelici lo sono ognuna a modo suo (detto senza farci sentire: per questo leggevamo con poco entusiasmo le pagine della riconciliazione tra Levin e Kitty). Le idee si somigliano tutte (e francamente parebbe difficile scovarne di originali), sono i dettagli a produrre le differenze, comiche o tragiche, ma comunque da gustare. L’idea di “Dobbiamo parlare” sta tra “Carnage” – testo di Yasmina Reza, grande scrittrice francese, non solo teatrale, basta leggere “Felici i felici” (Adelphi) e regia di Roman Polanski – e “Cena tra amici”, il film (e prima ancora il lavoro teatrale) di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte. Splendida idea, chi se ne frega se non è nuova: una coppia di coniugi litigiosi basta a far commedia, due coppie sono un lusso, con gli scazzi sociopolitici è goduria. In “Dobbiamo parlare” fanno difetto i dettagli, e con loro se ne parte la credibilità. Sergio Rubini fa lo scrittore, con la fidanzata giovane Isabella Ragonese. Fabrizio Bentivoglio è un chirurgo famoso, di fa pagare ma andrebbe in sala operatoria anche gratis (di nascosto dalla moglie dermatologa Maria Pia Calzone, molto attaccata al suo conto in banca). Salva la vita a un rumeno, torna con un’autoradio. Un’autoradio, ripetiamo, si fa fatica pure a riconoscerla. E impietosamente seleziona lo spettatore di riferimento: uno dell’età di Sergio Rubini, con l’arietta da intellettuale che ostenta Rubini in questo film (infatti seduce la studentessa Costanza, detta Costy, aspirante romanziera). Fabrizio Bentivoglio prova a fare il volgare – la sua parte solita se l’era presa Rubini – e convince poco (e un taglio di capelli diverso dal solito, e un po’ di abbronzatura finta?). Furbate, anche queste poco convincenti: il punto di vista del pesce rosso, la gag del gatto, il citofono rotto con il suo tormentone: “non sento ma apro” (la casa dovrebbe essere “gauche caviar”, purtroppo hanno dimenticato di dirlo allo scenografo). “Ti sei comprata l’intera collezione primavera estate di ‘Intimissimi’” – detto alla moglie fedifraga - è un grandioso piazzamento di prodotto, meglio di quelli con i pacchettini e l’insegna del negozio.

 

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