L’ULTIMO LUPO

Un pulmino bianco e rosso deporta gli studenti di Pechino nel profondo della Mongolia, l’anno è il 1967: insegneranno ai bambini a leggere e scrivere, diffonderanno tra i pastori nomadi il libretto rosso.
L’ULTIMO LUPO
Rivoluzione culturale 2. Un pulmino bianco e rosso deporta gli studenti di Pechino nel profondo della Mongolia, l’anno è il 1967: insegneranno ai bambini a leggere e scrivere, diffonderanno tra i pastori nomadi il libretto rosso. Quando vengono sistemati per dormire nella steppa, il rotolone portato a cavallo diventa una tenda mongola, o yurta. E “Yurta movie” è appunto l’etichetta scelta da Variety per i film ambientati da quelle parti. Bisogna riconoscerlo: sono meno molesti dei soliti film di interesse esclusivamente etnografico con caprette e vita stentata, i mongoli possiedono un loro senso dell’umorismo. Jean-Jacques Annaud il senso dell’umorismo invece non ce l’ha, oppure lo ha perso dopo “Il nome della rosa” tratto dal romanzo di Umberto Eco (un altro che da quel dì ha smarrito ogni ironia, leggere per credere “Numero zero”, sul complotto più barboso di tutti: non fu Mussolini a essere fucilato a Piazzale Loreto). Riabilitato dalle autorità cinesi che lo avevano messo all’indice dopo “Sette anni in Tibet” e ora gli hanno affidato questo film tratto dal “Il totem del lupo” (di Jiang Rong, nom de plume per motivi di censura, bestseller in patria uscito in Italia da Mondadori, ovviamente autobiografico, nasconde un professore di scienze politiche) a neanche dieci minuti dall’inizio inquadra il paesaggio riflesso nell’occhio del lupo. Non son cose che si sopportano facilmente, e fanno sospettare un “Balla con i lupi” mongolo, generosamente finanziato dalle autorità con 40 milioni di dollari. “La Cina è cambiata, siamo persone pragmatiche e abbiamo bisogno di lei”, pare gli abbiano detto, prima di cementare l’amicizia con latte di giumenta fermentato, altra presenza fissa negli yurta movie. Lo studente di città si innamora della steppa e dei lupi mongoli, della loro fierezza e della loro intelligenza (aggiungete a piacere tutti gli aggettivi che in questi casi si dicono sull’anima animale, ribaditi in due ore di film). Vorrebbe un cucciolo tutto suo, ma tra le politiche del governo centrale in Mongolia c’è lo sterminio dei lupi della steppa: “loro mangiano carne e noi riso, i mongoli hanno i lupi e noi cinesi le pecore”, più che abbastanza per una guerra culturale contro i nomadi. 25 lupi attori, veri al 99 per cento, il resto è animazione digitale. Scelti da lupacchiotti, addestrati in due anni di duro lavoro e massaggiati sul set come star.   

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi