LETTERE DI UNO SCONOSCIUTO

Casacca e pantaloni rossi, la ragazza combatte per il ruolo di prima ballerina in una coreografia con fucili e scarpette: propaganda, ma sono bellissimi, utili per alleviare la fatica di certe storie cinesi più noiose di questa.
LETTERE DI UNO SCONOSCIUTO
Rivoluzione culturale 1. Casacca e pantaloni rossi, la ragazza combatte per il ruolo di prima ballerina in una coreografia con fucili e scarpette: propaganda, ma sono bellissimi, utili per alleviare la fatica di certe storie cinesi più noiose di questa. Lasciati i wuxia – film di cappa e spada come il magnifico “Hero” e “La foresta dei pugnali volanti”, bella svolta rispetto a “Sorgo rosso”, vincitore della Berlinale 1987, allora non sapevamo fosse tratto dal romanzo del premio Nobel Mo Yan – Zhang Yimou sceglie una storia con la rivoluzione culturale sullo sfondo. La trova in un romanzo di Geling Yan, scrittrice cinese nata nel 1958, ballerina all’età di dodici anni e poi arruolata nell’esercito di liberazione popolare (già saccheggiata per il film precedente: con il titolo “I fiori della guerra” raccontava le ragazzine di un collegio sopravvissute al massacro di Nanchino, anno 1937, grazie a un becchino travestito da sacerdote e a prostitute dal cuore d’oro). Il regista di “Lanterne rosse” taglia via metà del romanzo originale (il titolo dell’edizione americana è “Inmate Lu Yanshi”): la storia di un ricco giovanotto di Shanghai educato negli Stati Uniti, mentre i genitori rispettano la regola del matrimonio combinato. Quando il film comincia Lu è già rinchiuso in un campo di lavoro, siamo negli anni 70. Scappa non si sa come, infila sotto la porta di casa un biglietto scritto in minutissimi ideogrammi, mentre i funzionari di partito chiedono alla moglie e alla figlia di denunciarlo. Un appuntamento tra la folla alla stazione – girato con il massimo della suspense – finisce in un disastro. Quando Lu riesce a tornare per davvero, la moglie ha ormai perso la memoria: L’attrice è Gong Li, senza trucco e con i capelli color topo. Si aggira da sola nell’appartamento, anche la figlia se ne è andata (e capiamo che la carriera di ballerina con il fucile non è andata benissimo), torna ossessivamente alla stazione ad aspettare il marito, che intanto cerca di provocare qualche tipo di riconoscimento. A metà, il film perde ritmo (poi si riprende, con abile manovra, ma qualche taglio avrebbe giovato). La storia è avvincente – va detto: come lo sono quasi tutte le storie con l’Alzheimer – e ha poco a che fare con “i misfatti della rivoluzione culturale”. Per quello c’era Dai Sijie con “Balzac e la piccola sarta cinese” (comprato in Francia dai maoisti pentiti, quindi bestseller). 

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