TIMBUKTU

Si registra un pizzico di schizofrenia nelle recensioni, per metà liricheggianti su musica e e deserto, per l’altra metà improntate all’urgenza geopolitica, che accompagnano l’uscita di “Timbuktu” (nella cinquina dei film stranieri candidati all’Oscar).

TIMBUKTU

Si registra un pizzico di schizofrenia nelle recensioni, per metà liricheggianti su musica e e deserto, per l’altra metà improntate all’urgenza geopolitica, che accompagnano l’uscita di “Timbuktu” (nella cinquina dei film stranieri candidati all’Oscar). Era al festival di Cannes l’anno scorso, fin dalle prime scene più articolato e interessante di “Bamako”, precedente lavoro del regista nato in Mauritania, anno 1961. Le pubbliche esecuzioni dell’Isis, la minaccia del Califfato, il massacro nella redazione di Charlie Hebdo l’hanno tolto dal ghetto delle pellicole che circolano di festival in festival per riempire la casella “cinema africano”. La schizofrenia impedisce di tirare le conclusioni: se gli integralisti islamici odiano con tanta forza una società che occidentale non è, e se anche l’imam locale non ha voce contro la lapidazione degli adulteri seppelliti fino al collo – una tra le atrocità perpetrate nel villaggio del Mali – dovremmo essere più spaventati di quel che siamo. Converrebbe farla finita con i distinguo e smetterla con l’invocazione all’islam moderato, se siamo solo un po’ affezionati al nostro modo di vivere. Se no, ha ragione Michel Houellebecq in “Sottomissione”: di questa libertà non sappiamo che farcene, procura solo tristezza e depressione, siamo pronti a scambiarla volentieri con obblighi e restrizioni imposte da chiunque mostri di credere ancora in qualcosa (ricavandone perlomeno – vorrete scusare la semplicità del ragionamento, non è che le faccende umane debbano essere per forza complicate – il brivido della trasgressione). Converebbe anche non sdilinquirsi sulla partita giocata dai ragazzini senza pallone, sequestrato dai jihadisti venuti dalla Siria con le mitragliatrici. Parlano francese o inglese, per i processi – un allevatore ha ucciso un pescatore, regolamento di conti dopo che un bue battezzato Gps si impiglia nelle reti – hanno bisogno del traduttore. Impongono cappucci e guanti alle donne, vietano la musica e ogni altro tipo di divertimento, anche le chiacchiere sulla porta di casa. E purtuttavia il regista – suggeriscono sempre le recensioni, variando sullo stesso tema – “li osserva senza cancellare la loro umanità”. Si intende, più o meno: “son poveri ragazzi con un’infanzia difficile, ancora scontano il colonialismo”. Lo si capisce dal fatto che vietano la musica ma in fondo rispettano la pazza del villaggio.

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