CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO

La pornografia delle donne è il romanzo rosa. Da questo punto di vista, il film tratto dalla trilogia di E. L. James – pseudonimo di Erika Leonard, cento milioni di copie, beata lei – rimane fedele allo spirito dei romanzi, frettolosamente considerati l’irruzione del sadomaso nel salotto buono.

CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO

La pornografia delle donne è il romanzo rosa. Da questo punto di vista, il film tratto dalla trilogia di E. L. James – pseudonimo di Erika Leonard, cento milioni di copie, beata lei – rimane fedele allo spirito dei romanzi, frettolosamente considerati l’irruzione del sadomaso nel salotto buono (meglio, nel tinello delle casalinghe disperate, da qui la definizione di “mommy porn”: Mrs Leonard alla Berlinale sfoggiava una tenda di oro e broccato cucita dalla sartina). Era vero il contrario: il sadomaso funzionava come trampolino per far rientrare il romanzo per signorine nella buona società. Piccolo elenco dei comportamenti da principe-azzurro-come-non-credevamo-ce-ne-fossero-più che Christian Grey mette in atto nel film. Intervistato da una giornalista improvvisata che come domanda d’assalto chiede “Lei è gay?”, cancella tutti gli appuntamenti e chiede a sua volta: “Mi racconti la sua vita, piuttosto, è certo più interessante della mia, sono solo un miliardario belloccio”. Saputo che la ragazza studia Letteratura inglese, le fa recapitare a casa una rara prima edizione di “Tess dei d’Urberville” di Thomas Hardy. La invita a cena fuori – molto fuori – guidando personalmente l’elicottero che scalda i motori sul tetto del palazzo. Un bacio in ascensore, lei già si aggrappa a invisibili maniglie sul soffitto. Le regala un’automobile e un computer, va a fare la spesa dal ferramenta dove la laureanda lavora come commessa (corde, fascette da elettricista e nastro adesivo, sacchetto affidato al fedele autista). Suona il pianoforte, a torso nudo nel grattacielo tutto vetri: lì abbiamo capito la persistenza di madame Bovary, che nel romanzo di Gustave Flaubert sognava un pianista trascinato con il suo strumento sullo sfondo sublime delle Alpi svizzere. Dice “non dormo con nessuna”, un minuto dopo si addormenta “come i cucchiai nel cassetto dell’argenteria” (grazie a Colette per la definizione). Ha la stanza per le torture, questo sì, e la tiene ordinata come un concorrente di Masterchef terrebbe il pentolame, mascherine con mascherine e manette con manette. Una noia abissale, rotta da qualche sghignazzata, per lo spettatore non complice, colpito dalla clamorosa assenza di chimica tra Dakota Johnson e Jamie Bornan. Ma già un sito di lettrici su internet lamenta il leso capolavoro, sospettiamo per la scomparsa della “dea interiore” con cui Anastasia dialogava.

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