LA TEORIA DEL TUTTO

Regista dei documentari “Man on Wire” e “Project Nim”, James Marsh sfrutta l’urticante autoironia del suo eroe per arginare la commozione. Cade nella colonna sonora e nei barbosi dialoghi tra scienziati.

LA TEORIA DEL TUTTO

Nel pasticcio che al cinema usurpò il nome di “Les Misérables”, fantastico musical che a teatro aveva battuto ogni record d’incasso e di repliche, il barricadiero Marius corteggiatore di Cosette – l’attore Eddie Redmayne, classe 1982 – era l’unico che univa la bravura nel canto a una recitazione non patetica. Gli altri maschi erano un disastro, colpa del regista che li fece cantare dal vivo e li inquadrò strettissimi: Hugh Jackman mostrava sullo schermo la fatica e pure l’ugola, Russell Crowe non riusciva a tenere insieme l’intonazione e la faccia da cattivo. Di solida scuola teatrale britannica, Redmayne è stato modello per Burberry assieme a Alex Pettyfer, lo spogliarellista dilettante in “Magic Mike” di Steven Soderbergh. Al pari di Benedict Cumberbatch in “The Imitation Game” (diretto da Morten Tyldum, 8 candidature all’Oscar, 7 sono di troppo) è la principale attrattiva del film, sorretto dalla bravura sua e di Felicity Jones. Sono Stephen Hawking e la sua prima moglie Jane Wild (ce ne fu una seconda, impalmata quando lo scienziato già aveva perso l’uso della parola e comunicava con un sintetizzatore vocale). Si conobbero a Cambridge, lei studiava letteratura e credeva in Dio (lui prese in considerazione la faccenda solo molti anni più avanti, nel best seller “Dal big bang ai buchi neri”: l’equazione che spiega l’universo è una buona approssimazione all’idea del divino). Ebbero tre figli: “sono due circuiti differenti”, spiega nel film all’amico che fa domande indiscrete. L’handicap, il genio, la portentosa bravura dell’attore che si mette al servizio del personaggio senza i naricisismi e le appoggiature che strizzano l’occhio allo spettatore e alle giurie spianano la strada verso l’Oscar, dopo il Golden Globe già vinto. Somigliantissimo all’astrofisico che ereditò la cattedra di Newton (il vero ha compiuto 73 anni e nel frattempo ha divorziato anche dalla consorte numero due) ha la sua esatta posa sulla sedia a rotelle, e la sua esatta smorfia, e l’esatta curvatura della schiena. Senza sforzo apparente, come se davvero avesse i muscoli fuori uso. Regista dei documentari “Man on Wire” e “Project Nim”, James Marsh sfrutta l’urticante autoironia del suo eroe per arginare la commozione. Cade nella colonna sonora e nei barbosi dialoghi tra scienziati.

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