ST. VINCENT

Beve, scommette sui cavalli, va a puttane, sfrutta il lavoro minorile, parcheggia l’auto distruggendo lo steccato, litiga con la nuova vicina che invece si ammazza di lavoro.

ST. VINCENT

Beve, scommette sui cavalli, va a puttane, sfrutta il lavoro minorile, parcheggia l’auto distruggendo lo steccato, litiga con la nuova vicina che invece si ammazza di lavoro (e trova il modo per farsi pagare da lei i danni della sbronza). Brontola come solo Bill Murray riesce a fare senza sembrare la caricatura di sé stesso. Gli hanno anche messo in casa – più tugurio che altro, cartoni unti di pizza e bottiglie vuote – un gatto che somiglia un po’ a lui e un po’ a Grumpy Cat, la micia imbronciata che spopola sul web (al punto che la padrona ha smesso di lavorare per seguire la carriera del divo felino, e per non perdersi neppure un dollaro delle royalties ha registrato il marchio). Sarebbe una bella sorpresa se qualcuno ogni tanto offrisse a Bill Murray una parte meno ritagliata sui suoi ruoli precedenti a partire da “Rushmore”, il film di Wes Anderson che lo lanciò. Ma bisogna riconoscere che la sua parte da scorbutico anaffettivo la fa sempre benissimo, qui aiutato da una maglietta con le maniche tagliate, una bandana, un walkman, i bragoni larghi e strappati (aiutano anche il fisico, mai stato tonico, i capelli sale e pepe, una faccia che ormai ha preso anche le pieghe della recitazione). Toccherà a qualcun altro: non possiamo pretendere tanto da un regista, nonché sceneggiatore e produttore, al suo debutto, forte di una storia edificante tra le mani: brusca e sentimentale, prima scorretta e poi teneramente riconciliata. Ha acchiappato Bill Murray, che non ha un agente e non risponde al telefono (ne sa qualcosa l’ostinata Sofia Coppola, per “Lost in Translation” gli lasciava i messaggi in segreteria). Tanto basta per raccontarci che i santi non sono solo nel calendario, ognuno con il suo martirio. Qualcuno sta tra noi (il martirio lo si scopre durante il film), e sa insegnarti come fare a capocciate stendendo il bullo della scuola. A Naomi Watts tocca la parte della spogliarellista incinta dal cuore d’oro e dall’accento russo, per completare il presepe delle cattive compagnie che insegnano a crescere meglio delle buone. Giusto il copione – al netto di una trama prevedibile e alla fine sottolineata più del necessario, ormai nessuno più lascia allo spettatore il gusto di combinare i pezzi del puzzle – le scene hanno una loro originalità e una buona scrittura. Giusto anche l’attore ragazzino Jaeden Lieberher, che non si fa intimidire da Bill Murray.

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