BIG HERO 6

Un personaggio Pixar finito dentro un film Disney tratto da un fumetto Marvel. Così stanno le cose, nel mondo globalizzato dell’entertainment.

BIG HERO 6

Un personaggio Pixar finito dentro un film Disney tratto da un fumetto Marvel. Così stanno le cose, nel mondo globalizzato dell’entertainment (Disney ha comprato Pixar 8 anni fa, affidando la direzione creativa a John Lasseter, la Marvel è un acquisto del 2009: i supereroi e i fumetti sono una manna dal cielo per i botteghini). Dentro un film ambientato a San Franskoyo, città che mischia le pagode con il Golden Gate (già c’era stata la Los Angeles mutante in “Her” di Spike Jonze, potenziata con i grattacieli di Shanghai), il personaggio Pixar si smarrisce un po’. Ispirato ai soft robots, macchine dal guscio molle che confliggono con l’immaginario spigoloso della specie, Baymax vive in una borsa rossa. Ne sbuca quando sente un grido di dolore, da bravo robot infermiere non si ferma finché la bua è passata. Fornisce Tac, radiografie, pillole cerotti e caldi abbracci. Tondo come l’omino della Michelin, non ha il profilo psicologico né il physique du rôle adatto a un eroe che dovrà dare salvare il mondo dal cattivo con la maschera Kabuki. Si capisce che la Disney guarda ai mercati d’oriente, e cavalca le giapponeserie care ai ragazzini. Si capisce anche che l’originalità di “Frozen” (miglior incasso Disney di sempre, quinto in assoluto, un paio d’Oscar) non è facile da rifare, e i capolavori Pixar richiedono più tempo. Baymax si aggira in un film sprecone negli effetti speciali – i mini-bot che mossi dalla forza del pensiero assumono qualsiasi forma sono bellissimi e inutili, dopo un po’ vengono a noia – e risparmioso nella trama. Di là i cattivi, di qua i buoni mai veramente in pericolo (a Baymax mettono due armature, prima da Tartaruga Ninja e poi da Iron Man, e pare più pigrizia che citazionismo). Al momento di arrabbiarsi arriva la morale elementare: giustizia e non vendetta. I supereroi ragazzini sono multietnici come i plotoni che andavano a combattere nei film sul Vietnam, e prima ancora sulla seconda guerra mondiale (anche una ragazza, non hanno dimenticato nulla, purtroppo la sventurata avanza in una nuvola rosa). Se prendiamo come pietra di paragone “Gli Incredibili” di Brad Bird – il primo supereroe che non riusciva a entrare nella tuta causa pancia, una trama che evocava la “Genealogia della morale” di Friedrich Nietzsche e il risentimento dei beneficati – il passo indietro è gigantesco.

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