MAGIC IN THE MOONLIGHT

Magari un anno sabbatico? Così, tanto per ricaricare le pile, smetterla con i film turistici (qui siamo sulla Costa Azzurra), tornare in pista con un’idea un po’ più solida e rifinita.

MAGIC IN THE MOONLIGHT

Magari un anno sabbatico? Così, tanto per ricaricare le pile, smetterla con i film turistici (qui siamo sulla Costa Azzurra), tornare in pista con un’idea un po’ più solida e rifinita. Non si pretende l’originalità, retaggio del romanticismo (nei secoli precedenti era un titolo di merito mettersi in scia). Basterebbe un copione senza battute stracche. A Woody Allen nessuno dice no, per rispetto e meriti pregressi, oltre che per antico affetto (anche un po’ di pigrizia verso il nuovo). Ne abbiamo festeggiato la resurrezione varie volte, con “Harry a pezzi”, con “Match Point”, con “Blue Jasmine”, basta però un pensiero a “To Rome With Love” per fremere di orrore (recitativo, di trama, di Roberto Benigni al suo peggio). Gli illusionisti, i maghi, gli ipnotizzatori, gli illusionisti e i chiromanti erano già stati sfruttati in “La maledizione dello scorpione di Giada”, “Incontrerai un uomo alto e bruno”, “Scoop”, il meglio dei tre grazie al mago Splendini, che faceva scivolare i pois via dal foulard e ricordava i numeri da avanspettacolo di “Broadway Danny Rose”. Qui ci risiamo: il prestigiatore cinese a Berlino taglia la signorina in due (Orson Welles, in cilindro e cappello negli spettacoli per le truppe, aveva come assistente Marlene Dietrich) e fa sparire un elefante. Nel tempo libero, come Harry Houdini – cercò senza successo di convincere allo scetticismo Arthur Conan Doyle, spiritualista dopo una serie di lutti familiari – smaschera le frodi: tavoli ballerini e medium che conversano con i defunti, mentre il fotografo trova sulla lastra una macchia-ectoplasma. Il materialista, nome d’arte Wei Ling Soo, è Colin Firth. La veggente è Emma Stone, con i più deliziosi vestitini anni venti immaginabili (sì, è lo stesso regista che con un colpo di genio in “Io e Annie” lasciò addosso a Diane Keaton gli abiti del suo guardaroba) e un ricco corteggiatore che per lei strazia le canzonette suonando l’ukulele. Altri calzoni bianchi, smoking, magliette da tennis, molte macchine d’epoca senza mai un granello di polvere dopo aver corso sullo sterrato. Bisognerebbe uscire dal cine mormorando “ah, la magia dell’amore che la razionalità non può ingabbiare…”. Proprio non ce l’abbiamo fatta.

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