VIVIANE

Il matrimonio, il funerale, il divorzio (tentato). Sono i capitoli della trilogia iniziata nel 2004 da Ronit Elkabetz e suo fratello Shlomi.

VIVIANE

Il matrimonio, il funerale, il divorzio (tentato). Sono i capitoli della trilogia iniziata nel 2004 da Ronit Elkabetz e suo fratello Shlomi: dirigono e scrivono insieme, lei ha una carriera da attrice pluridecorata, non solo nel cinema israeliano. Ex modella, figlia di ebrei marocchini, si era trasferita in Francia per seguire i corsi di Ariane Mnouchkine al Théâtre du Soleil: l’abbiamo vista in “La banda” di Eran Kolirin e nell’altrettanto spassoso “Matrimonio tardivo”, diretto da Dover Koshashvili: filtri magici da mettere sotto il letto e matrimoni combinati tra gli ebrei georgiani. Nel primo film degli Elkabetz – titolo internazionale “To Take a Wife” – Viviane ascoltava con aria rassegnata i rimbrotti di sette fratelli che cercavano di dissuaderla dal lasciare un marito che la rendeva infelice da vent’anni, lo stesso da cui ora cerca di ottenere il divorzio (nei crediti hanno quasi lo stesso nome, sono interpretati dallo stesso attore francese di origine armena, Simone Abkarian). Se soltanto il marito si presentasse alle udienze del tribunale rabbinico, e si decidesse a pronunciare le parole di rito (è l’unica via per tornare libera, matrimonio civile e relativo divorzio non esistono in Israele). Nel film di mezzo, “7 Days”, i due erano separati e trascorrevano insieme ai familiari i sette giorni della Shiva, accampati e litigiosi: i fratelli Elkabetz hanno la mano felice quando mettono in scena i veleni della vita in comune. Visti i precedenti, “Viviane” è riuscito un po’ meno bene. Per il debutto della coppia, il critico di Variety aveva scomodato Edward Albee e le risse tra coniugi di “Chi ha paura di Virginia Woolf?”: realismo con impennate di grottesco, nulla che facesse sospettare metafore o simbologie o retroscenismi, in cima alla lista delle scivolate che piacciono ai registi e rovinano le belle storie. Si comincia con qualche intenso primo piano di troppo sul volto di Viviane: prima i capelli raccolti, poi sciolti da madonna dolente. Si va avanti con le udienze che ambiscono all’aggettivo “kafkiano”. Son difetti che non noterete, se sul gusto per il cinema ben fatto prevale il tormento per la sorte dell’infelice ancora incatenata a un consorte che non la guardava né la toccava. Con l’avvocato del marito (lei ne ha uno belloccio che desta sospetti), con la sfilata e le deposizioni dei testimoni – una cognata, il vicino di casa impiccione – torna il sospirato (almeno per noi) realismo. 

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