OGNI MALEDETTO NATALE

Mammut, Babbut e Figliut – non proprio loro, ma i nuovi cavernicoli nel prologo del film – già pativano il Natale.

OGNI MALEDETTO NATALE

Mammut, Babbut e Figliut – non proprio loro, protagonisti nei Caroselli anni 60 degli sketch disegnati da Orazio Gavioli per i materassi in gommapiuma Pirelli, ma i nuovi cavernicoli nel prologo del film – già pativano il Natale. La prendono lunga, i tre giovanotti che inventarono “Boris”, serie tv maledettamente spassosa nella sua presa in giro della fiction italiana cialtrona e imparaticcia. Trucco, parrucco e guardaroba di pelliccette non sono granché, ma chiudamo un occhio e passiamo oltre, non si ritira così presto la fiducia a chi una volta ci aveva fatto ridere. La commedia natalizia è un terreno calpestatissimo, in Italia soprattutto (gli americani almeno possono scegliere tra l’albero con le lucette e il tacchino del Ringraziamento, quando vogliono mettere in scena scontri, rancori, tardive rivelazioni familiari). Piatto ricco mi ci ficco, da dividersi tra chi un tempo era padrone degli incassi e i nuovi competitor che puntano sullo svecchiamento del pubblico. Nel caso di “Ogni maledetto Natale”, dando una spolveratina ai personaggi immortalati da Ettore Scola in “Brutti sporchi e cattivi”. Là era la periferia romana anni 70, qui la Tuscia di non si sa bene quando: cacciano il cinghiale nella notte buia, tirano fuori le carte per giocare a spurchia-filetto (le regole del cricket al confronto sono facili come le tabelline), bevono l’acquavite con la vipera dentro, indossano maglioni di lana pesante che ormai si vedono soltanto addosso agli hipster brooklynesi. Sono gli unici in Italia a non guardare i varietà televisivi presentati da Carlo Conti, sognano di candidare a sindaco la figlia che ha studiato e che vorrebbero indietro al paesello, ogni tanto sembrano svoltare verso l’horror di “Non aprite quella porta”, con il coltellaccio da salame a rimpiazzare la motosega. Finisce nello sprofondo Alessandro Cattelan, tenero per esigenze di personaggio – si è appena preso una cotta per Alessandra Mastronardi, erede della famiglia tribale – e tenero nei suoi tentativi di non sembrare troppo fuori posto, lontano dal palco di X Factor. Asso nella manica: a metà film quasi tutti gli attori – Marco Giallini, Corrado Guzzanti, Valerio Mastandrea – cambiano ruolo. Ora siamo famiglia di lui, manco a dirlo danarosa e aristocratica. Belli e puliti, ma cattivi dentro. Il cavernicolo odiatore del Natale che è in noi al finale tutto zucchero afferra la clava.

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