I TONI DELL’AMORE – LOVE IS STRANGE

I TONI DELL’AMORE – LOVE IS STRANGE

Convolare a nozze dopo 39 anni di felice convivenza tra maschi è una scelta incauta, se uno dei due sposini insegna musica alla scuola cattolica. Va detto, a difesa della scuola cattolica e prima che il film venga cavalcato in nome della libertà di letto, che le autorità scolastiche erano a conoscenza della relazione e tolleranti, prima che Ben e George andassero a maritarsi con il vestito della festa. E’ il primo inciampo nella trama di questo film strappalacrime. Il secondo ha a che fare con il costo delle case a Manhattan, che per un pittore e un disoccupato risulta proibitivo. Soprattutto se gli sposi novelli, finita la luna di miele, non si vogliono schiodare dal quartiere gay friendly di Chelsea. Due colpi durissimi alla sospensione dell’incredulità, dopo le prime scene ci sentiamo ostaggi, più che spettatori. La coppia si separa, George va a vivere nell’appartamento dei vicini, poliziotti gay piuttosto festaioli (il divano messo a sua disposizione è inaccessibile fino a tarda ora). Ben viene accolto, un po’ controvoglia, dal nipote, sposato con una scrittrice che ha seri problemi di concentrazione e un figlio studente: la casa di Brooklyn è piccola, lo zio dorme in un letto a castello, il riposino del pomeriggio coincide con l’ora del ripasso. I due innamorati si parlano al telefono, struggendosi per la solitudine e lamentando la rinuncia alle abitudini e ai rituali da coppia consolidata. Alfred Molina (George, sui sessanta, capelli nerissimi e barba brizzolata) e John Lithgow (Ben, sui settanta, barba e chioma bianca) sono bravissimi e teneri, in un film che visto in prospettiva pare il remake addolcito di “Cupo tramonto”, girato da Leo McCarey nel 1937. Marito e moglie costretti a separarsi dopo 50 anni di matrimonio, lei va a vivere con il figlio e la nuora che passa i pomeriggi a giocare a bridge e si lamenta per il rumore della sedia a dondolo della vecchietta durante le partite (Orson Welles, che sentimentale non era, sostiene che il film avrebbe fatto versar lacrime a una pietra). Ira Sachs ha scritto “Love is Strange” con Mauricio Zacharias (in segno di protesta per la traduzione fantasiosa, facciamo conto che il titolo italiano non esista) con evidente partecipazione e molta fiducia nella pazienza dello spettatore, almeno finché non scende la prima lacrimuccia. Viene una gran nostalgia per John Cassavetes, gran maestro – senza messaggi – del realismo coniugale.

 

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