LO SCIACALLO – NIGHTCRAWLER

Era difficile girare un film non moraleggiante sui reporter che di notte girano a Los Angeles armati di videocamera, cercando disgrazie o incidenti.

LO SCIACALLO – NIGHTCRAWLER

Era difficile girare un film non moraleggiante sui reporter che di notte girano a Los Angeles armati di videocamera, cercando disgrazie o incidenti. Meglio se i fattacci avvengono nei quartieri bene, due ubriachi o due spacciatori che si accoltellano per strada procurano meno brividi di una rapina in una villetta con giardino (se poi il tutto avviene mentre un bimbo dorme tranquillo nel suo lettino, gli ascolti salgono alle stelle). Era difficile chiamarsi fuori dallo sciacallaggio suggerito dal titolo italiano. “Nightcrawler” suggerisce un verme schifoso, più che uno sciacallo, e in senso figurato coincide perfettamente con il personaggio di adulatore insinuante che il regista e sceneggiatore Dan Gilroy – firmò il copione di “The Bourne Legacy” assieme al fratello Tony Gilroy – costruisce attorno a Jake Gyllenhaal. Mai così bravo, mai così inquietante (parola che da sempre cerchiamo di evitare, ma in questo caso proprio non si può). Magrissimo e con gli occhi spiritati, la camicia a maniche corte che nel cinema americano sta nel guardaroba di chi da un momento all’altro potrebbe sparare sulla folla – ne indossava una Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”, diretto da Joel Schumacher nel 1993 – ruba rame vecchio e lo rivende. Al ricettatore fa un discorsetto sull’autostima, sulla cultura del lavoro, sull’impegno, sul fatto che per vincere alla lotteria bisogna guadagnarsi i soldi per il biglietto, e si propone per un lavoro fisso. Il primo dei monologhi da aspirante self-made man che brillano nel film. Quando il giovanotto ha successo e comincia a vendere i primi spezzoni con poveracci che muoiono dissanguati, arruola come assistente Riz Ahmed (uno dei quattro scalcagnati terroristi musulmani in “Four Lions” di Chris Morris; anno 2010, quindi pre-Isis). Il contratto prevede un praticantato senza garanzie e l’esposizione agli incessanti deliri del capo: il disadattato dall’ambizione sfrenata impara prestissimo le regole del business. Commesso viaggiatore di se stesso, sembra l’erede – in tempi di citizen journalism e di macabri notiziari mattutini – di Al Pacino, che in “Americani” di David Mamet si fingeva depresso per acchiappare i clienti. Rene Russo, moglie del regista, è perfetta nel suo look da giornalista sul viale del tramonto, ostinatamente vestita e truccata come negli anni d’oro. 

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