TRE CUORI

Come sono stucchevoli i film francesi quando sono stucchevoli. Tema: le intermittenze del cuore, nel senso della passione e delle cardiopatie.

TRE CUORI

Come sono stucchevoli i film francesi quando sono stucchevoli. Tema: le intermittenze del cuore, nel senso della passione e delle cardiopatie (fu il poeta Attilio Bertolucci, padre di Bernardo Bertolucci, a mettere in parallelo la memoria proustiana a base di madeleine e la propria tachicardia; da qui la “poetica delle extrasistole” e un libro di saggi intitolato “Aritmie”). Benoît Jacquot vola più basso: usa gli infartini dell’ispettore delle tasse diviso tra due donne come punteggiatura e come metafora. In una storia che marcia sulle coincidenze – se fossi arrivato puntuale all’appuntamento, la mia vita sarebbe cambiata come in “Sliding Doors” - e non riesce mai a diventare trama. A nulla servono le sviolinate e i tramonti esotici. Benoît Poelvoorde - attore belga che per fisionomia e carattere funziona meglio nel grottesco, nel sentimentale annaspa - incontra una sera alla stazione Charlotte Gainsbourg, in crisi di noia provinciale. Passeggiano, chiacchierano, fumano, si danno appuntamento a Parigi nei giardini del Luxembourg. Non si scambiano i numeri di telefono (e sì che di tempo ne hanno avuto) giusto per consentire al film di andare avanti. Primo attacco di cuore, ritardo mostruoso, lei lo attende invano. Siccome l’ufficio delle tasse, a Parigi, funziona meglio di Meetic e delle App per cuori solitari, arriva una fanciulla in difficoltà con la dichiarazione dei redditi. E’ Chiara Mastroianni, e siccome da cosa nasce cosa, i due parlano, passeggiano, si mettono insieme, decidono di sposarsi. Serve un pranzo a casa di mamma Catherine Deneuve – bisognerebbe d’ora in poi impedire per decreto ai direttori di casting di scritturare mamma e figlia nei ruoli di mamma e figlia – perché il cardiopatico capisca che la bella incontrata sui binari (altra metafora) e la bella fidanzata son sorelle. La marcia di avvicinamento verso l’agnizione è così lenta che vorremmo regalare al regista il saggio di Piero Boitani, “Riconoscere è un dio” (Einaudi): giusto per capire come gestiscono la faccenda i drammaturghi che conoscono il mestiere. Qualche altra TAC – a coronare incontri familiari dove chiunque vorrebbe essere da un’altra parte, più di tutti chi ha pagato il biglietto – e la tesi viene dimostrata. Avanzava un po’ di tempo, quindi il regista tenta un altro audace parallelo tra la gabbia (dei sentimenti) e l’evasione (fiscale).

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