BOYHOOD

Un miracolo di film: il più sperimentale e insieme il più vitale visto da parecchi anni in qua. Merito di Richard Linklater, texano nato nel 1960.

BOYHOOD

Un miracolo di film: il più sperimentale e insieme il più vitale visto da parecchi anni in qua. Merito di Richard Linklater, texano nato nel 1960. Dopo un altro paio di esperimenti narrativi ben riusciti – basta ricordare la trilogia “Before”, Ethan Hawke e Julie Delpy dal corteggiamento studentesco sul treno per Vienna alla vacanza in Grecia da coniugi litigiosi, venti anni dopo e senza aver progettato tutto dall’inizio – arruola come collaboratore principale il tempo che passa. Dodici anni che servono a far crescere, sotto i nostri occhi e senza bisogno di trucco e parrucco, un ragazzino seienne figlio di genitori divorziati. Il padre fa il musicista, e non diventa adulto neppure un po’, aiutato da un attore come Ethan Hawke che sembra reduce da un patto con il diavolo (o perlomeno deve avere un ritratto su in soffitta che invecchia al posto suo). La madre Rosanna Arquette ha in “Boyhood” una vita e un fisico un po’ più tormentati: decide di rimettersi a studiare, si fidanza con un professore, ripone malamente le sue speranze, si appesantisce, coraggiosamente resiste a diete e ritocchi. Riprese in tempo reale, tre o quattro giorni ogni anno sperando che il protagonista Ellar Coltrane non si stufasse dell’appuntamento cominciato come un gioco (si è annoiata invece, dopo un po’, la figlia del regista Lorelei Linklater, ma papà non le ha dato corda: “non farò morire il tuo personaggio di ragazzina petulante”). Quando ha avuto l’età, Il giovanotto ha dato il suo contributo ai dialoghi e alla sceneggiatura. Le riprese “in tempo reale” – nel senso che i vestiti, i videogiochi, i computer, i riferimenti pop non sono accompagnati dalla commozione di chi ritrova le vecchie cose in soffitta con la lacrimuccia – eliminano la nostalgia. Si chiacchierava di Harry Potter, con le code dei fan in libreria, oppure dell’annunciato prequel di “Star Wars”, senza le forzature di chi ricostruisce il pop a posteriori, con frasi congegnate a tavolino. Le quasi tre ore passano veloci, e ridanno al reality show quel che spetta di diritto al reality show (o al cinema-verità, perché il discorso non vada di traverso ai cinefili). Il film senza montaggio, che coglie l’attimo e lo scorrere della vita, non è un’idiozia inventata per soggiogare gli spettatori televisivi. Tutti i registi d’avanguardia ci hanno fatto un pensierino, da Dziga Vertov – “L’uomo con la macchina da presa”, 1929 – in poi.

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