PICCOLE CREPE GROSSI GUAI

Londra, 1862. Marx stava scrivendo “Il capitale” in un appartamento a Soho. Il suo padrone di casa, oltre a inviargli lettere di sfratto per morosità, studiava il comportamento degli inquilini, più rivelatore di quanto fossero state le Galapagos per Darwin.

PICCOLE CREPE GROSSI GUAI

Londra, 1862. Marx stava scrivendo “Il capitale” in un appartamento a Soho. Il suo padrone di casa, oltre a inviargli lettere di sfratto per morosità, studiava il comportamento degli inquilini, più rivelatore di quanto fossero state le Galapagos per Darwin. Lo racconta Errico Buonanno, nel suo romanzo “Lotta di classe al terzo piano” (esce da Rizzoli): “I tre palazzi erano un universo minuscolo in cui gli pareva di trovare di tutto: ambizione, arroganza, sudditanza, governo, nascite, morti e molto tempo sprecato. Lui stava lì, catalogava. Studiava ogni cosa e teorizzava. amministrare il condominio significava comprendere il mondo”. Per questo le storie di inquilini, portieri e cortili si leggono sempre con gran gusto, da Georges Perec a James Ballard a Niccolò Ammaniti. Il pregiudizio positivo si estende ai film, “Piccole crepe grossi guai” non fa eccezione. Il portiere è depresso: un ex musicista drogato, alcolizzato, arruffato, lasciato dalla morosa e del tutto inadatto al compito, trova difficile perfino distribuire la posta nelle caselle. L’attore si chiama Gustave Kervern, in coppia con Benoît Delépine ha girato “Louise-Michel”, “Mammuth” e “Le grand soir”: sbandati, licenziati, truffati con i contributi sociali, ma raccontati in chiave grottesca. Un’inquilina ne caldeggia l’assunzione, poi scopriamo perché: è matta quanto lui, ossessionata da una crepa nel muro che si allarga minando la sicurezza dello stabile. Lei è Catherine Deneuve, malvestita e bravissima: non c’è come smetterla di fare la grande seduttrice, una volta raggiunti i limiti di età, per ritrovarsi con una bella parte e prender gusto a recitare. Era strepitosa anche in “Racconto di Natale” di Arnauld Desplechin e in “Potiche” – sta per “Bella statuina”, vale a dire la moglie del padrone rapito che passa dalla parte degli operai  – di François Ozon (tra lei e la sempre tormentata Charlotte Rampling ormai non c’è gara, le carriere si costruiscono scegliendo bene i ruoli). Mentre la crepa peggiora, la follia dilaga. Nel palazzo non si dorme la notte per le urla di un matto, di giorno si riciclano biciclette rubate. Tanto vale scendere a far quattro chiacchiere con il portiere e convertirlo al volantinaggio contro gli speculatori edilizi che scavano nel quartiere.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi