LA MOGLIE DEL CUOCO

La cucina c’entra e non c’entra: la storia poteva reggere anche con un altro mestiere. Con le verdure da sistemare in piatti sempre più grandi del necessario, e il filo di erba cipollina a guarnire, e i gamberetti da ammonticchiare il film risulta più contemporaneo.

LA MOGLIE DEL CUOCO

La cucina c’entra e non c’entra: la storia poteva reggere anche con un altro mestiere. Con le verdure da sistemare in piatti sempre più grandi del necessario, e il filo di erba cipollina a guarnire, e i gamberetti da ammonticchiare il film risulta più contemporaneo (perlomeno, contemporaneo alla tv e alle classifiche dei libri, vedi alla voce “Varia”). La vera contemporaneità, in questo la regista e attrice francese sembra avere antenne che agli italiani mancano del tutto, sta nell’altro luogo di lavoro: un centro per la riqualificazione professionale, che insegna a scrivere richieste di impiego inappuntabili e impone ai licenziati corsi di formazione. Qualche anno fa, Rebecca Zlotowski– un’altra regista francese curiosa del mondo - aveva ambientato Grand Central in una centrale nucleare: lui, lei, l’altro, gli amanti clandestini facevano l’amore vestiti, li vedevamo nudi soltanto all’uscita dal turno facevano la doccia. Son posti che da noi esistono soltanto per le manifestazioni di protesta (sarebbe come girare un film con i No Tav sullo sfondo, o con la Costa Concordia: l’interesse per il mondo là fuori è così debole, per non dire inesistente, che i fidanzamenti tra gli ingegneri di stanza al Giglio e le ragazze locali li abbiamo scoperti solo di rimando, dopo un articolo uscito sul Guardian). Karin Viard –  Marithé, nel film – lavora appunto al centro, ha come unici amici l’ex marito e la nuova moglie di lui. Emmanuelle Devos – Carole – gestisce con il marito chef un ristorante di lusso (siamo a Orléans, abbastanza provincia perché il cambio di menu venga commentato dai clienti affezionati che poi per smaltire fanno footing). Si presenta come disoccupata, stufa com’è di fare l’ancella della star culinaria, e con un’autostima così bassa da non riuscire neppure a guidare la macchina. Due attrici splendide, e qui di nuovo bisogna celebrare la Francia, almeno dal punto di vista cinematografico. Sono belle di una bellezza senza plastica, hanno il registro della commedia e il registro della farsa quando serve, le abbiamo viste in ruoli diversissimi e sono sempre credibili. Il film è ben scritto, ma senza di loro perderebbe parecchio. Spiace dirlo, perderà anche con il doppiaggio, per quanto accurato: certi sussurri e le parole pronunciate a mezza bocca sfuggono ai nostri tecnici del suono, che ci trattano tutti da sordastri.

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