IL GIOVANE FAVOLOSO

La verità, vi prego, su Giacomo Leopardi recitato da Elio Germano: perché sul manifesto del film sta a testa in giù? La prima volta che lo abbiamo visto, appiccicato a un autobus di Milano, abbiamo pensato a un errore dell’attacchino.

IL GIOVANE FAVOLOSO

La verità, vi prego, su Giacomo Leopardi recitato da Elio Germano: perché sul manifesto del film sta a testa in giù? La prima volta che lo abbiamo visto, appiccicato a un autobus di Milano, abbiamo pensato a un errore dell’attacchino. Però le scritte erano giuste, forse era un errore dello stampatore (sì, d’accordo: prima ancora abbiamo al fatto che vediamo troppi film, questo è indubbio, e che forse ci eravamo addormentati al cinema, dunque stavamo sognando). Poi abbiamo pensato a Nanni Moretti: “Mi si nota di più se stampo la faccia di Elio Germano in Giacomo Leopardi capovolta, o mi si nota di più se la stampo diritta?”. Capovolta, capovolta: il marketing cinematografico italiano fa passi da gigante, e noi siamo rimasti dannatamente indietro (nel frattempo capita di rivedere, nel documentario su Robert Altman di Ron Mann – vedi articolo a fianco -  il geniale manifesto di “Mash”: una mano che fa il segno della vittoria saldata su due gambe femminili con i tacchi alti, anche al più cinico viene un attacco di nostalgia). Parlando di marketing, la massima potenza di fuoco per promuovere il film si chiama liceo classico, frequentato o semplicemente orecchiato. Chi mai oserà dire che l’amore per il poeta di Recanati (in buona compagnia con tutti gli adolescenti e molti italianisti) non si estende automaticamente al film di Mario Martone? Non si può dirlo, sarebbe lesa maestà. Chi mai oserà dire che “l’intensa interpretazione di Elio Germano” poteva essere meno standard nelle letture (perfino certi italianisti sostengono che “La ginestra” non sia tra le cose migliori di Leopardi, al netto della morte che di lì a poco lo ghermì). Poteva essere meno patetica quando guarda la scarpina dell’irraggiungibile Fanny Targioni-Tozzetti? E chi mai oserà dire che in una sceneggiatura dove il giovane favoloso viene chiamato d’urgenza “per decifrare un’iscrizione in ebraico”, e se ne parte con cappello e valigetta come Alberto Lupo nello sceneggiato televisivo “La cittadella”, qualcosa si poteva migliorare. Ciliegina, perché tutti siamo andati a lezione di poesia da Robin Williams in “L’attimo fuggente”: i rimandi tra vita e arte. Vedo una siepe alta e invece di potarla scrivo “L’infinito”. Vedo una donzelletta e scrivo “Il sabato del villaggio”. Scendo a Napoli, vedo la ginestra sul Vesuvio, e scrivo di lava, ginestre e Vesuvio. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi