IL REGNO D’INVERNO – WINTER SLEEP

La storia del teatro turco – opera fondamentale, se mai sarà scritta, che l’ex attore Aydin si ripromette di cominciare prima o poi – somiglia alla “Chiave di tutte le mitologie” coltivata da Edward Casaubon in “Middlemarch” di George Eliot.

IL REGNO D’INVERNO – WINTER SLEEP

La storia del teatro turco – opera fondamentale, se mai sarà scritta, che l’ex attore Aydin si ripromette di cominciare prima o poi – somiglia alla “Chiave di tutte le mitologie” coltivata da Edward Casaubon in “Middlemarch” di George Eliot. Uno dei romanzi più feroci sul fai e disfa intellettuale e velleitario, protagonista uno studioso che ne approfitta per convolare a nozze con la giovane Dorothea Brooke, reclutata come assistente e sul principio incantata da tanta sapienza (poi capirà, rimasta vedova sposerà il cugino che aveva capito tutto). Aydin si è ritirato in Cappadocia, dove gestisce l’Hotel Othello: il regista francese François Dupeyron lo aveva scelto per una scena di “Monsieur Ibrahim e i fiori del corano”, ancora ci sono le fotografie di Omar Sharif, e ne va fiero con i rari turisti invernali. Ha una rubrica su un giornaletto locale, La voce della steppa, convinto che sia meglio essere il primo in provincia che il secondo a Istanbul (sa tanto di volpe con l’uva, ma anche questo fa parte del personaggio). A differenza di Casaubon, ha una sorella che lo molesta quando si siede al computer, sottoponendogli dilemmi morali: “Non resistere al male serve a evitarlo?” (e allora se uno vuole ammazzarti ti suicidi per risparmiargli la fatica?). Ha una moglie giovane che invece di aiutarlo con gli appunti si dedica alla beneficenza. Ogni volta che si parlano, scopriamo l’inattesa bravura nei dialoghi – per noi che abbiamo odiato senza eccezione tutti i suoi film precedenti, esistenzialisti e muti – di Nuri Bilge Ceylan. A riprova e per cartina di tornasole, i fan più sfegatati del Michelangelo Antonioni turco sono usciti da “Il regno d’inverno” con l’aria assai delusa. Preferivano “C’era una volta in Anatolia”, dove il più vispo era un cadavere seppellito da qualche parte (ma la tomba non si trovava, quindi le immagini mostravano curve, fari nella notte, alberi che il sospetto avrebbe dovuto identificare). La svolta è clamorosa, perché cambia il modello di riferimento. Fuori a calci l’incomunicabilità – e non si può non ricordare il ritratto del permaloso maestro fatto da Alberto Arbasino, l’unico che ebbe il coraggio di dirlo allora – entra la commedia cechoviana. Entra con un po’ di ritardo rispetto ai titoli di testa, ma lo spettatore che resiste sarà ricompensato.

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