CLASS ENEMY

Lo vogliano o no, tutti i film sulla scuola si ritrovano confrontati con “L’attimo fuggente” di Peter Weir.

CLASS ENEMY

Lo vogliano o no, tutti i film sulla scuola si ritrovano confrontati con “L’attimo fuggente” di Peter Weir. Il professore che conquistava gli studenti strappando le pagine dei libri, che ridusse il torrenziale Walt Whitman a “Oh capitano! Mio capitano!” (la poesia era stata scritta in morte di Abraham Lincoln), che trovava le rime un’idiota costrizione da cui liberarsi fu adottato come modello dagli insegnanti progressisti. Gli stessi che ora lamentano l’ignoranza o la mancanza d’attenzione dei propri studenti, e senza il sospetto di aver contribuito al degrado cavalcando la scuola dal volto umano. Con il rispetto che si deve al defunto Robin Williams, fu un colpo al cuore vedere un comico di strepitoso talento adorato per un ruolo che grondava melassa e sottocultura. C’era un suicidio, tra gli allievi dell’imbonitore, e ce n’è uno in questo film sloveno, opera prima che promette benissimo e si perde quando dovrebbe collegare i puntini generosamente distribuiti. La professoressa di tedesco, incinta, lascia la classe al supplente arrivato da un altro mondo: pretende l’alzata in piedi, spiega che lo studio costa fatica, che i voti bisogna guadagnarseli, che per suonare il piano in una sala da concerto l’esercizio serve quanto il temperamento artistico. Perfetto nemico di classe quando una studentessa, senza motivo apparente, muore suicida: i due erano stati visti mentre parlavano, il pettegolezzo fa presto a diffondersi. Lo scostante professore continua a interrogare sulla vita di Thomas Mann, che ebbe un figlio suicida e non andò al suo funerale (si riferisce a Klaus Mann, ma anche l’ultimo, Michael Thomas Mann, morì dopo aver mandato giù una mistura di alcol e barbiturici) e sul “Tonio Kröger”, pretendendo risposte in tedesco. “Nazista”, è la pronta reazione della classe, che si ribella e lascia i banchi vuoti: sempre più facile che svolgere il tema “la morte di un uomo è un problema per chi resta”. Il confronto si estende agli insegnanti e ai genitori, e ci sarebbe materia per un dramma meno scolasticamente svolto. La vita è complicata, gli allievi son confusi, si capisce anche senza farlo ripetere alla preside, preoccupata per quel che scriveranno i giornali. Neppure c’è bisogno di raggelare anche i buoni dialoghi con una regia che indugia sui silenzi: l’espediente lasciamolo ai registi più scarsi di idee.

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