TAKE FIVE

Dopo “Gomorra” di Stefano Sollima – dopo il successo italiano e internazionale di una serie che reinventa il bestseller di Roberto Saviano levando di mezzo qualche difetto – sembra facile. (La serie tiene cartellone anche al cinema, lunedì 6 ottobre tocca alla terza parte).

TAKE FIVE

Dopo “Gomorra” di Stefano Sollima – dopo il successo italiano e internazionale di una serie che reinventa il bestseller di Roberto Saviano levando di mezzo qualche difetto – sembra facile. (La serie tiene cartellone anche al cinema, lunedì 6 ottobre tocca alla terza parte.) Ma Guido Lombardi ha girato “Take Five” nel 2013, lo avevamo visto l’anno scorso al festival di Roma, assieme a un altro film italiano che meritava più pubblico e più applausi, “Song ’e Napule” dei Manetti Bros. E’ il suo secondo lavoro dopo “Là-bas”, ambientato tra gli immigrati di Castelvolturno. “Ambientato” in questo caso significa “utile a far da sfondo a una storia originale, dove l’africano Yssouf non è un venditore di fazzoletti, bensì un giovanotto con ambizioni artistiche e uno zio trafficante di cocaina”. Giusto per chiarire le differenze con l’accezione registicoitaliana del termine: “Una storia che telefona compassione per i raccoglitori di pomodori”. La svolta verso la commedia criminale, fa modello “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, funziona benissimo. A Napoli, un idraulico con il vizio del gioco ripara una perdita di liquami in una banca. Vede il caveau aperto, decide il colpo grosso. Recluta una banda di cinque scoppiati. Oltre a lui, un ricettatore di collanine del battesimo e fedi nuziali piuttosto superstizioso (“l’avete rubata a una sposina? mai più, la sfortuna poi ricade su di noi”). Un gangster di chiara fama depressissimo. Un fotografo di matrimoni che dopo l’infarto non fuma, beve caffè senza caffeina, e ha deciso di abbandonare il suo secondo lavoro da rapinatore. Un pugile che non può più combattere per una squalifica. “Take Five”, appunto, come il brano del jazzista Dave Brubeck che fornisce il titolo e subito dichiara il gusto per le variazioni su un tema. Film di rapine andate a male ne abbiamo visti, la bravura di Guido Lombardi – che oltre a dirigere ha scritto la sceneggiatura – sta nel giocare con le nostre aspettative. Sta nell’uso sapiente dei personaggi, descritti all’inizio con i pochi dettagli che servono a caratterizzarli. Tutto poi servirà quando le cose cominciano ad andar male (non è certo la rapina al caveau che vediamo all’inizio della serie belga “Salamander”, 66 cassette di sicurezza vuotate in tempo record). Regia non compiaciuta, dialetto e attori sfruttati al massimo.

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